Tra le Rocce e il Cielo, quando la montagna cede il passo.

Il discorso si interrompe, la testa si abbassa. Una lacrima scende lungo il volto. Suvad Ramic ricorda il suo passato per poterlo raccontare al pubblico. Ricorda la fuga da un conflitto, ricorda il lager. Non un lager nazista ma un lager dimenticato, di cui pochi parlano, durante la guerra dei Balcani. Questo è stato uno dei momenti più toccanti del festival Tra le Rocce e il Cielo.

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Roberto Mantovani Fonte: Tra le Rocce e il Cielo

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Kurt Diemberger, ieri e oggi. Foto: Tra le Rocce e il Cielo

Un festival piccolo, che non conoscevo, ma un festival particolare. Lo organizzano in Vallarsa, all’ombra delle Piccole Dolomiti. Quando ho chiesto informazioni Roberto Mantovani mi aveva detto “Quello è il Trentino povero, ma è un posto dove vai ti siedi e prendi appunti”. Appunti non ne ho presi molti, per ora ho una buona memoria, ma ho discusso, chiacchierato ed ascoltato alcuni dei nomi più importanti della cultura alpina. Da Annibale Salsa antropologo ed ex presidente generale del CAI. Anche lui ha attraversato le Alpi in gioventù, ma con un intento antropologico. Questo è stato uno dei momenti in cui ci si siede e si prende appunti, si impara.
Fino ad arrivare a Kurt Diemberger, leggenda vivente dell’alpinismo himalayano. Ultimo alpinista in vita ad aver toccato in prima assoluta la vetta di due ottomila. Un incontro piacevole, un uomo sopra gli schemi, a cui non interessa la scaletta della serata o l’apprezzamento del pubblico. Un uomo d’altri tempi che non va in cerca di fama.

Sono stati quattro giorni in cui la montagna ha ceduto il passo al racconto di qualcosa di diverso. Dove i monti rimangono il fulcro dell’evento, unendo i vari argomenti senza inserirsi con arroganza. Montagne che sanno rispettare i loro limiti e danno spazio all’attualità, al futuro, alle realtà culturali del mondo. Uno spazio di incontro e discussione dove non sono necessari i grandi nomi dell’alpinismo o i “vip” della montagna per renderlo efficace e di interesse. Suvad, Svetlana, Asmae, Al’ Nata e tanti altri non sono star, non sono famosi, ma hanno una storia da raccontare, una storia sopita nel profondo della loro vita che aveva bisogno di luce. Voleva emergere per essere raccontata, conosciuta. Storie di vita che si sono intrecciate tra le guglie delle Piccole Dolomiti, consolidandone la roccia ed insegnando qualcosa a chi era li, tra il pubblico.

Link: www.tralerocceeilcielo.it

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Dalla Val Pellice a Nizza, gli ultimi giorni del mio viaggio.

L’arrivo in Val Pellice non è certo stato facile, iniziato la mattina verso le nove da Cesana Torinese, dopo una salita tra nebbia, pioggia e fulmini al Monte Chaberton.

Lo Chaberton rappresenta una memoria storica importantissima per la seconda guerra mondiale in Piemonte. Sulla sua sommità era piazzata la Batteria dello Chaberton che ha avuto un ruolo attivo nella guerra contro la Francia. Salgo in vetta lungo l’antica strada militare realizzata nel 1898 quando iniziarono i lavori di costruzione delle postazioni di tiro nei pressi della cima.

Piazzati i cannoni, su postazioni rialzate, rimasero inattivi per i primi anni, fino allo scoppio della prima guerra mondiale, quando, tutti i cannoni furono rimossi per essere spostati sul fronte orientale, dove il mio viaggio ha avuto inizio. Riarmato in seguito al termine della grande guerra è poi entrato effettivamente in funzione con lo scoppio delle ostilità contro la Francia, nel 1940.

In questa giornata di nebbia sono stato l’unico a salire, forse anche per l’orario. Verso le cinque e trenta ero in vetta. Salire alla sola luce del frontalino, tra la pioggia, con il cielo ogni tanto illuminato dai fulmini lontani mi ha aiutato ad immaginare cosa significasse essere lassù durante i giorni della guerra: al freddo, sotto la pioggia e isolati. Cosa non posso immaginare? La guerra e il pericolo.

Nel mio viaggio verso Torre Pellice mi trovo a cambiare quattro mezzi per raggiungerla, un viaggio infinito che mi fa arrivare più stanco rispetto alla salita ai 3000m dello Chaberton.

Lui: sguardo severo e barba bianca, restio a sorridere. Lei: sorriso buono e sguardo dolce. Una strana coppia. Sono Roberto Mantovani e Maria Rosa Fabbrini.

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Maria Rosa e Roberto.

Rappresentano il mio primo incontro qui a Torre. Roberto lo avete già sentito nominare qui sul blog, con lui si apre il mio viaggio. Sono a casa loro, un ambiente particolare dove ci si siede e si ascolta. Si ascolta la storia delle montagne e delle sue valli. Oggi a parlare è Maria Rosa, storica della cultura valdese.

Il Valdismo è un movimento pauperistico – seguivano un ideale di vita ispirato alla povertà evangelica – che nasce nel Medioevo da gente di una classe sociale che, non avendo accesso all’istruzione e non conoscendo quindi il latino, non poteva comprendere la lingua in cui era scritta la Bibbia.

“Nel 1532 la bibbia viene tradotta in francese e per la prima volta diviene accessibile a tutti”. Si può così diffondere questo movimento che ha fulcro in un frase biblica:

“Se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi”.

Vita di povertà e laicità. Questo è il fondamento della religione valdese, un movimento che rispecchia in parte quello Francescano, che nascerà di li a poco.

Dopo un primo apprezzamento verso questo nuovo culto da parte di Papa Alessandro III iniziano le prime controversie legate al lato laico della professione. Ai laici era vietato predicare ed era sconsigliata la lettura diretta della bibbia.

Nonostante queste avvisaglie di scontro il culto valdese continuò lo stesso a diffondersi e i cultisti continuarono a predicare il verbo, diffondendone il messaggio. Inizieranno così i primi problemi che riguarderanno anche la Val Pellice, con le prime persecuzioni ed il popolo valdese che si da alla clandestinità.

“C’è poi un periodo di uscita dalla clandestinità e il popolo è libero di costruire templi. In questi anni nasce la figura del pastore.” mi dice Maria Luisa. “Con i Savoia si entra nuovamente in un periodo buio per il popolo valdese, periodo che ha il suo culmine di atrocità con le ‘pasque piemontesi’. Sono state un vero e proprio massacro.” Prosegue “Con l’arrivo di Vittorio Amedeo II, che condanna gli ugonotti alla diaspora, anche i valdesi si trovano in una situazione simile, chi non viene torturato ed ammazzato finisce nelle prigioni. In ottomila, circa, vengono incarcerati. La fortuna è stato il sostegno dato da altri Paesi, come la Germania, l’Inghilterra e i Paesi Bassi, ed alla fine viene concesso ai superstiti l’esodo in Svizzera.” Alla prigionia ed al cammino attraverso il Moncenisio sopravvivono solo in duemilacinquecento.

“Le radici rimanevano però qui, a Torre Pellice, ed in molti altri paesi. Chi era sopravvissuto voleva tornare. Quando finalmente riescono a tornare scoprono che le loro terre e i loro averi erano stati venduti da Vittorio Amedeo II” Non avevano più nulla al loro rientro. Un’intera vita da ricostruire.

Passa così il tempo e i valdesi lentamente ripopolano le valli a nord del Monviso. Ma non è finita. Dopo il passaggio di Napoleone e la successiva restaurazione vengono nuovamente imposte delle restrizioni al popolo valdese: “Non potevano scendere a valle, non potevano entrare nel Regno di Sardegna” mi dice Maria Rosa. “Così l’alta montagna diventa sovrappopolata” interviene Roberto mentre la compagna lo guarda stizzita per l’interruzione.

“Verso fine ‘800, infine, Carlo Alberto concede libertà civile e politica al popolo. Finiscono le persecuzioni e i valdesi diventano da sudditi cittadini.” Roberto interviene di nuovo: “Una volta aperte le frontiere e conquistata la libertà si scappa verso verso valle. Molti vanno in sud america, altri nelle Americhe del nord”. “Come dargli torto?” penso mentre Maria Luisa e Roberto bisticciano. É divertente guardarli discutere sul giusto ordine cronologico degli eventi. Sono una bella coppia.

“Oggi qualcuno rimane in valle, ma pochi partecipano all’attività religiosa”, conclude.

Saluto Roberto e Maria Rosa per proseguire la mia visita. Sono capitato qui negli ultimi giorni del festival “Montagne di Libri” ed il paese appare stranamente vivo, come non l’avevo mai visto. La serata invece la passo in compagnia di Maurizia, che mi ospiterà per la notte, Manfredo e altri ragazzi del gruppo Treno Vivo. Un gruppo che vorrebbe riportare il trasporto su rotaia in Val Pellice.

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Salendo verso le il rifugio Barbara Lowrie.

Parto presto la mattina per andare verso la mia valle, la Valle Po. Il tempo incerto mi fa rivedere i piani. Inizialmente volevo passare in terra francese, attraverso il severo parco del Queyras e rientrare dal Buco di Viso, il primo traforo delle Alpi. Percorro invece un itinerario più breve che comincia con due ore di asfalto, per poi regalarmi la bellezza di un territorio quasi incontaminato.

Sono finalmente sulle mie montagne, quelle che conosco. Il Viso non si vede, coperto da una spessa cortina di nubi. È pomeriggio, è normale.

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Salendo al Colle della Gianna, attraverso un ambiente incontaminato.

Alle sorgenti del Po mi aspetta Carlo Benna, dell’associazione Vesulus che qui si occupa del centro visite del parco. Passo parte del pomeriggio in sua compagnia. Scambiamo quattro chiacchiere su come sia cambiata la zona rispetto agli anni passati.

La Val Po è un concentrato di storia incredibile – non lo dico solo perché è la mia valle – qui è nato il Club Alpino Italiano per volere di Quintino Sella che in occasione della scalata al Monviso ha visto la necessità di creare un gruppo che raccogliesse gli appassionati di montagna unendoli in un’unica entità. L’idea con cui Sella volle creare il CAI non fu soltanto la fondazione di un gruppo. Come recita il primo articolo dello statuto del Club:

“Il Club Alpino Italiano […] ha per iscopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale.”

Poco più a destra del Monviso si trova il Colle delle Traversette e poco più in basso si trova il Buco di Viso. Traforo alpino creato per agevolare il traffico commerciale con la Francia. Prima della sua realizzazione i commercianti passavano dal colle ed impiegavano tre giorni in più per raggiungere i mercati d’oltralpe.

Dal buco scende verso valle un sentiero chiamato “Via del Sale” di cui io ho percorso gli ultimi cento metri per arrivare a Pian del Re. Un nome non casuale. Di qui passavano le carovane del sale dirette verso Cuneo dove sorgevano le acciugaie. Cuneo, dove passerò domani, univa il pesce che arrivava dalla Liguria al sale francese, sviluppando così un’intensa attività per le acciugaie.

Infine Pian del Re, torbiera ai piedi del Monte più alto delle Alpi Cozie, è la sede di due cose uniche al mondo: la sorgente del Po, il fiume più lungo d’Italia, e la Salamandra Lanzai. Un animaletto insignificante per i più, ma che si trova solo qui in tutto il mondo. Ricordo essere uno degli incontri che più ha colpito Emanuele Biggi. Lo si può trovare qui e nelle valli limitrofe, ma rappresenta un endemismo unico rimasto dopo le grandi glaciazioni. Un endemismo da preservare meglio, magari abbassando per sempre la sbarra di accesso alle automobili.

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Il parcheggio di Pian del Re, visto dal sentiero che scende dal Colle della Gianna.

Le ultime auto iniziano a lasciare il parcheggio. È ora che anche io scenda verso valle. Dove dormo questa notte? In casa mia, nel mio letto. Non ho però il tempo di riabituarmi alla quotidianità. La mattina seguente riparto presto, prima del sorgere del sole, diretto verso la conclusione del viaggio.

Gli ultimi giorni prima della destinazione finale, Nizza, li passo sulle Alpi Marittime a S. Anna di Valdieri in un alberghetto accogliente che ho scelto di usare come “campo base” per le camminate e per gli appuntamenti.

Posati i bagagli nella camera soffocata dal caldo mi prendo una birra in compagnia dei titolari. Mi trasmettono l’atmosfera del rifugio di media montagna. Un bell’ambiente gestito da una coppia che vuole però lasciare. “Abbiamo già dato, ora tocca a qualcun altro” mi dice lui. Cinque anni qui e già non ne possono più: “Siamo tra i pochi qui a tenere aperto anche d’inverno. Lavoriamo come cavalli per quattro mesi l’anno e poi spesso ci troviamo ad aspettare invano che passi qualcuno.” Lo sguardo stanco e la voglia di finire, di andare verso valle in cerca di una vita più facile dove le valanghe non bloccano le strade e dove non si rimane chiusi in se stessi per nove lunghi mesi. “Qui in paese l’età media è di settant’anni, solo d’estate c’è vita.” Una vita che però non trovo vagando per il centro. Non fosse per le auto parcheggiate lo potrei definire “fantasma”. Qui non ci sono giornalai o tabaccai. Si incontrano solo bar con uno stile anni novanta e qualche vecchietto annoiato che si beve il suo bicchiere di vino seduto ad un tavolo di plastica.

Nel tardo pomeriggio rientro in albergo dove ho appuntamento con Nanni Villani del Parco Naturale Alpi Marittime. Onestamente non avevo molta voglia di incontrarlo. Solitamente i responsabili dei parchi cercano di vendermi le bellezze del parco ignorando gli evidenti problemi che si possono incontrare facilmente in un breve giro. Nanni però è diverso. Seduti attorno al tavolo si sbottona quasi subito: “Di lavoro sui sentieri ce n’è ancora molto da fare. Alcuni come quello di Valmiana, sono messi molto male”. Vi consiglierei di visitare il parco già per la sincerità con cui chiacchiera Nanni. Ma esistono motivazioni molto più importanti come la sua storia. Il parco nasce dall’antica riserva di caccia del Re e confina con un’area di grande importanza naturalistica: il parco francese del Mercantour, con cui quello delle Marittime collabora strettamente. “Gli animali non guardano i confini dei parchi e due aree naturali confinanti non possono che collaborare strettamente. Rimane che mettere d’accordo due stati diversi – Francia e Italia – è difficile. Si sta però lavorando bene insieme per il bene dei due parchi.”.

La mattina seguente la dedico a girare il parco. Non mi addentro nel suo cuore ma ho comunque occasione di incontrare numerosi animali lungo la mia strada. Incontri dovuti, forse, alla partenza mattutina, prima dell’alba. Quando ancora tutto dorme, anche le automobili che salgono verso monte.

Sono partito presto non tanto per poter ammirare gli animali, quanto per riuscire ad arrivare per tempo a valle ed incontrare Stefano Martini della Comunità Montana Valle Stura. “Ormai sono in pensione ma non ho perso la voglia di continuare a venire qui a fare qualcosa” mi aveva detto al telefono la prima volta in cui ci siamo sentiti. Lo incontro per parlare della situazione antropologica di queste valli. “Negli ultimi anni i giovani se ne sono andati dall’alta valle, sono rimasti solo gli anziani – mi dice -. Spesso sono stati i genitori a spingerli ad andarsene” Dopo queste parole mi sorge spontaneo sapere, oggi, in che situazione ci troviamo: “Si stanno vedendo dei cambiamenti. Non si tratta di un vero e proprio ritorno, ma dell’arrivo di stranieri in paese. Gente che arriva dalle città per ritrovare il contatto con un ambiente naturale ed un lavoro manuale.” Un fenomeno, quello del’arrivo dei cittadini che vogliono dare un svolta alla loro vita, che ho osservato in molte zone delle Alpi. Dalla Valtellina alla Valpelline. Questo non aumenta però di molto il numero degli abitanti delle borgate di alta valle, cosa che non sembra preoccupare molto Stefano: “Il numero delle persone conta, ma conta molto di più il senso di comunità. L’aiuto reciproco è fondamentale in un ambiente duro come la montagna ed in molti casi è meglio essere in pochi e collaborativi che in tanti.”

É tardi e Stefano deve rientrare. Lo saluto e lo ringrazio per la bella chiacchierata.

Dopo mi chiudo in me stesso “Domani si arriva al mare” penso. Domani finisce il mio viandare per le Alpi. Ripenso alle montagne che ho attraversato, alle diverse zone e mi accorgo che qui nel basso Piemonte, dalla Val Pellice in Giù, ci siamo accorti tardi dell’enorme patrimonio storico e naturalistico che possiedono le nostre montagne. Ce ne siamo andati, lasciando quasi disabitate le borgate e, ora che ci siamo resi conto della bellezza che avevamo dietro casa dovremo fare molta più fatica per portare il turismo sulle nostre montagne. Ma che turismo vogliamo avere qui? Vogliamo che anche quest’ultima frontiera di montagna “selvaggia” si trasformi in un parco giochi o vogliamo tutelarla rendendone accessibile la bellezza incontaminata? Questa decisione spetta a tutti i frequentatori. Siamo noi a decidere, nel modo in cui la “usiamo”, il destino delle terre alte.

É il sei di Agosto, il treno sale verso la Francia, in poco tempo arrivo a Tenda e da li inizia a scendere, lentamente. Sento un’aria di leggerezza e soddisfazione, sono passati tanti giorni dalla mia partenza. Guardo lo zaino, il mio compagno di viaggio in questi due lunghi mesi, lo guardo e divento triste: sarà difficile tornare alla quotidianità e lasciare lo zaino che per tutto il mio viaggio è stato la mia casa.

L’annuncio della stazione mi risveglia dai miei pensieri, metto per l’ultima volta lo zaino in spalla. Il treno si ferma, apro la porta e poso il piede in suolo francese. Zero metri sul livello del mare, non li toccavo da quando sono partito da Trieste, è Nizza, la mia destinazione. Faccio un rapido giro e poi penso “e ora?”. La risposta mi arriva da Paolo Rumiz “Direzione: qualsiasi, purché in salita, purché lontano dalla costa”.

Da Cogne a Ceresole Reale, le ultime due Perle delle Alpi toccate dal mio viaggio, passando per il Gran Paradiso.

Vado verso Cogne: non molto lontana ma difficile da raggiungere in tempi rapidi non tanto per i tempi dell’autobus, ma per i tempi legati alle coincidenze inesistenti che mi costringono ad aspettare  due ore nel capoluogo valdostano. Questo mi lascia il tempo di soffermarmi ad osservare la statua di Umberto I, Re d’Italia, a cui è stato dedicato uno spazio di fronte alla stazione. Non molto bella da vedere, onestamente, così com’è: circondata da spazzatura ed abbandonata a se stessa. Strano modo di onorare la storia del proprio Paese, ma non molto diverso da ciò che già si fa nel resto d’Italia.

Cogne, porta valdostana al Parco del Gran Paradiso, è un luogo particolare delle Alpi nonostante sia da tutti conosciuto solo per ciò che qua la gente vorrebbe dimenticare.

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Il centro di Cogne e sullo sfondo il massiccio del Gran Paradiso.

L’arrivo in paese è piacevole. Si respira un’aria particolare, condizionata forse dall’imponente visione sul massiccio del Gran Paradiso che si gode dalla piazza centrale. Mi soffermo per una mezz’oretta ad osservare quelle lingue glaciali sempre più piccole e consumate dal caldo anomalo di questo periodo. Una montagna strana questa, che con i suoi 4061m rappresenta uno dei più facili e più affollati 4000 delle Alpi. Ricordo una storia interessante a riguardo: negli anni trenta del 900 Joseph-Marie Henry, anche detto Abbè Henry per l’abito che indossava, scalò la montagna con un compagno di cordata particolare. Si chiamava Cagliostro ed era un asino. Con quest’”impresa” l’Abbè riuscì a portare gli escursionisti, e quindi il turismo, ad interessarsi a questa bellissima montagna che, da allora, non ha mai perso l’appellativo di “facile”. Anche se mai da sottovalutare.

Passo la giornata visitando il “bel paese”. Trovo sia il giusto modo di chiamare Cogne, che mi pare un piccolo borgo circondato da montagne e caratterizzato da una piacevole aria di comunità.

Qui ho visitato il Museo etnografico Maison de Cogne Gérard Dayné, un piccolo museo nella zona vecchia della città in cui si racconta la storia del posto. E’ gestito da ragazzi giovani che hanno voglia di valorizzare quello che è stato il passato e che sarà anche il presente ed il futuro del luogo.

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Il fienile del Museo etnografico Maison de Cogne Gérard Dayné, realizzato interamente senza chiodi, ad incastro.

La cosa che più mi ha colpito di questo museo è stato il fienile: realizzato senza chiodi, interamente ad incastro. Curioso e un po’ preoccupante camminarci dentro.

Subito dopo ho visitato la miniera di Cogne. Oggi nel villaggio minatori sorge la sede del centro visitatori del Parco Nazionale del Gran Paradiso. Accanto si trova un’area espositiva dedicata al racconto della storia di questo impianto minerario chiuso verso la fine degli anni ’70. Chiusa non per mancanza di minerale ma a causa del costo di estrazione. “Almeno il 50 percento del minerale è ancora là, da estrarre” mi dice Beppe, gestore dell’unico Ostello di Cogne prima che io mi congedi per la notte.

L’ultimo giorno in questa bella cittadina affacciata sul Gran Paradiso inizia molto presto: infatti oggi si cammina! Faccio però una piccola sosta per visitare il Giardino Botanico Paradisia. Temevo che per raggiungerlo avrei dovuto camminare per due orette lungo la strada asfaltata. Invece scopro con piacere l’esistenza delle navette gratuite che, tutto l’anno, garantiscono collegamenti tra i vari punti del paese.

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Il Giardino Alpino Paradisia, affacciato sull’imponente massiccio del Gran Paradiso.

Faccio un rapido giro al giardino botanico, un luogo curato, suddiviso in ambienti, con un valore aggiunto rispetto ad atri che ho visitato: il panorama sui 4000.

Uscito dalla bella visita imbocco subito il sentiero diretto al Rifugio Sella. Ho scelto di salire a questo rifugio perchè volevo vedere il nuovo sentiero inaugurato nell’ottobre scorso. Quello storico venne interrotto da una frana anni fa. Storico perchè era da li che passava il Re quando andava a caccia, alloggiando proprio dove ora sorge il rifugio.

Il giorno seguente mi sposto da Cogne, la Perla delle Alpi che si affaccia sul Gran Paradiso, verso Ceresole Reale, l’ultima Perla delle Alpi del mio viaggio. La porta piemontese al Gran Paradiso.

Finalmente le montagne ed il dialetto diventano familiari.

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La bella vista di Ceresole dal sentiero che borda il lago.

Quando arrivo, dopo un giro attorno al lago, mi faccio una domanda: Perchè Ceresole è una Perla delle Alpi? Non è facile trovare subito una risposta ma, con il tempo e con un po’ di ricerca, riesco a capirlo. Ceresole è una perla delle Alpi perchè non c’è nulla. É un ambiente incontaminato e selvaggio. Non ci sono grandi infrastrutture turistiche ed il territorio si è potuto mantenere intatto.

É difficile scrivere di Ceresole. Potrei parlare delle sue bellissime pareti granitiche che attraggono climbers da tutto il mondo, oppure raccontare la mia salita in un territorio dove, credo, poche persone mettono piede.

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Un altro scorcio di Ceresole Reale, una perla immersa nel verde.

Ma, ciò che vi consiglio è di andarci, per potervi immergere interamente in un territorio naturale ed incontaminato. Forse uno degli ultimi luoghi delle Alpi in cui ci si può davvero trovare in sintonia con la natura.

Una valle congelata nel tempo – Alla scoperta dell’incontaminata Valpelline e delle persone che mantengono attuali i mestieri di un tempo

Nicolas, Eluney e Caterina, i gestori dell'Ostello La Bastie

Nicolas, Eluney e Caterina, i gestori dell’Ostello La Batise

“Ciao!”. Così mi accoglie Eluney, all’ingresso dell’Ostello la Batise di Bionaz. Eluney è una bimba di due anni con la testa dura ed un sorriso fantastico. É la figlia di Nicolas e Caterina, i due gestori dell’ostello. Una famiglia di raminghi. “Non cerchiamo una sistemazione fissa”, mi dicono. Vorrebbero tornare in Argentina – il paese di Nicolas – ma per ora sono qui ad accogliere i clienti nell’ultimo paese della Valpelline, Bionaz.

La Valpelline è una valle anomala, qua in Valle d’Aosta: non ci sono funivie e non è arrivato il turismo di massa. È un ambiente di nicchia, poco conosciuto e – fino a poco tempo fa – poco valorizzato. Oggi, per far conoscere le bellezze della valle, è nata l’associazione NaturaValp, capitanata da Daniele.

Albergatore, gestore di rifugio, alpinista, presidente. Fa un po’ tutto, Daniele. Ma perché ho scelto di venire a conoscerlo, in questo posto dove i cellulari non prendono? Perché lui e gli altri componenti dell’associazione hanno scelto di far vivere questa valle, andando controtendenza e puntando su un turismo diverso: un turismo sostenibile. “Qui non arrivavano gli investimenti da parte della Regione. Ci dovevamo organizzare noi – gli abitanti – per riuscire a portare il turismo a Bionaz”.

Bionaz, avvolto dalla nebbia mattutina

Bionaz, avvolto dalla nebbia mattutina

Come dicevo, la Valpelline è una valle particolare. Ancora tipica, ancora intatta. Una zona che ha avuto una grande ed insospettabile fortuna: quella di aver costruito una diga. “Qui erano tutti impegnati nella costruzione della diga. Nello stesso momento, nel resto della regione, costruivano gli impianti. Terminata la costruzione era tardi per potersi adeguare alle altre valli. Questa è stata la nostra fortuna”, mi dice Daniele.

Lo saluto e inizio a salire verso i 2000m dell’alpeggio che mi hanno suggerito di visitare. Onestamente non so bene cosa aspettarmi… dalle mie parti i pastori non sono molto cordiali.

Le sapienti mani di Viktor capovolgono la fontina appena formata

Le sapienti mani di Viktor capovolgono la fontina appena formata

Qui, al mio arrivo, trovo Viktor, albanese sulla quarantina. Lo incontro mentre prepara la fontina. “Ne produciamo dodici al giorno, poi la quantità diminuisce con il passare del tempo”, mi dice. Terminato il lavoro, la prima cosa che fa è riempirmi il bicchiere. Bicchiere che poi non avrà speranze di rimanere vuoto.

Ci raggiungono alcuni suoi amici: Mario, che lavora qui con Viktor; Omar e Mauro, di un alpeggio vicino. Il primo è molto timido, non parla molto. L’esatto opposto sono i gli altri due, che iniziano da subito ad esagerare, ma in fondo sono simpatici. “Scusaci, solitamente non siamo così. È che qua parliamo solo con le mucche”.

Mauro e Omar, il bicchiere sempre pieno

Mauro e Omar, il bicchiere sempre pieno

In effetti, il lavoro del pastore in alpeggio non è affatto facile. Ci si sveglia alle quattro del mattino, tutti i giorni. Si fa la prima mungitura. Si prepara il formaggio. Dopo un lauto ed alcolico – l’ho sperimentato – pasto, ci si concede un’oretta di riposo, per poi fare una seconda tornata di latte. Si finisce verso le 23, per poi ricominciare l’indomani. Giorno dopo giorno. Qui non esistono giornate di riposo.

Mario e Viktor non lo fanno volentieri, mi dicono tra un bicchiere e l’altro. Sono qua per i soldi, ma alla fine si sono affezionati al posto. Lo si vede dai loro occhi.

Chi invece è ancora appassionato a questo lavoro nonostante l’età è Elvio, il titolare. Un passato da atleta – due volte campione italiano di sci alpinismo e vincitore del Mezzalama – con un rimpianto: “Ho lavorato molti anni a Roma, non sono uno di quelli che è rimasto sempre chiuso nella sua valle. Ma dopo un po’ mi mancava qualcosa. Volevo tornare nella mia terra e volevo vivere della mia terra.”. Una scelta difficile. Non credo vorrei e sarei in grado di vivere una vita del genere. Una vita senza pause, una vita dedicata al lavoro. Serve davvero una grande passione. Passione che sta sfumando con le generazioni, perché come la penso io la pensano molti altri ragazzi.

Mario spazzola le fontine messe a stagionare

Mario spazzola le fontine messe a stagionare

Oggi è grazie a ragazzi come Viktor e Mario – Romania – se questi lavori continuano ad esistere. “Bisogna avere fame per voler fare questi lavori. Sono loro che portano avanti la tradizione della fontina valdostana, altrimenti avremmo smesso di produrla anni fa. I ragazzi italiani non hanno voglia di fare questi lavori, si sono appollaiati sul benessere che hanno visto i genitori negli anni settanta”, mi dice Elvio prima di buttare giù uno shottino di un qualcosa che non so definire. Ricordo solo il fuoco bruciante consumare gli ultimi attimi di lucidità e il mio corpo scaldarsi.

La strada per il ritorno è stata complicata: per ogni passo dritto, quattro erano storti. Il tempo passava, e onestamente non ero sicuro di aver imboccato il giusto sentiero. Poi, ad un tratto, leggo: “Vendita e degustazione formaggi di capra”. Sono nel posto giusto. Raggiungo l’ultimo luogo da visitare con la bocca arsa e il cervello che ricomincia a trovare lucidità.

La storia di Eliana è forse la più bella della Valpelline. Partita da Torino, città in cui aveva un posto fisso, è venuta quassù ad allevare capre senza la certezza di un guadagno. “Potremmo salire e mettere su un allevamento di capre, abbiamo pensato io e mio marito dopo aver visto il prezzo del latte di capra al supermercato”. Così è nata la loro idea, per scherzo. Uno scherzo che oggi si è concretizzato in una settantina di capre, due figli, lavoro trecentosessantacinque giorni l’anno e l’intera azienda (rimasta dopo un divorzio) sulle spalle di Eliana.

Eliana impegnata nella mungitura di quelle che chiama

Eliana impegnata nella mungitura di quelle che chiama “le mie piccole”

La sua è una storia davvero bella. Una storia di ritorno, una storia di coraggio. L’ho seguita, chiacchierando, durante il lavoro di mungitura pomeridiano. Mi ha raccontato qual è stato l’aspetto più duro del suo lavoro: l’abitudine alla morte. “Quando vivi in città, la morte è una cosa lontana dalla vita. Qui, invece, fa tutto parte di un unico elemento. Ti può capitare di svegliarti la mattina e trovare un animale morto. Le prime volte ti dispiace, poi lentamente ti ci abitui. Finché tutto diventa naturale.”

Saluto infine questa bellissima valle con la voglia di ritornarci. Per scalare e per rivedere le persone conosciute. Ma anche per passare altro tempo in compagnia di Eluney, con la speranza che la gioia che quella bambina possiede e regala non cambi mai.

Immortalare l’essenza della Natura – Stefano Unterthiner, un fotografo e naturalista sempre alla ricerca di nuovi punti di vista…e di un lupo

“Non sono un alpinista, sono un naturalista: mi sono sempre fermato sotto i ghiacciai, la vetta per me è una cima da fotografare.”

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Io e Stefano, nella sua galleria (foto di Riccardo Cavalcante)

Pizzetto, jeans e sandali. È Stefano Unterthiner, mentre passeggia per il forte di Bard. “La traversata delle Alpi?”: così mi accoglie, quando mi vede davanti all’ingresso della sua gallery. Due grandi passioni – la natura e la fotografia – che Stefano ha saputo unire, in un mix perfetto, diventando fotografo naturalista. Stefano è da sempre promotore della sostenibilità ambientale. Vive in una delle regioni italiane con uno dei patrimoni naturalistici più ricchi dell’intero arco alpino, la Valle d’Aosta. La sua professione l’ha portato nel 2012 ad essere testimonial per un progetto di scoperta eco-sostenibile del territorio e delle riserve naturali regionali. Un progetto che definisce “ottimo sulla carta perché cerca di mostrare la Valle d’Aosta sotto un aspetto sostenibile, di mostrare quello che di unico ha veramente la Valle d’Aosta che è la natura”. Ma, come tutti i progetti ambiziosi, “la messa in pratica del progetto richiede ancora molto tempo per potersi realmente concretizzare. Soprattutto è necessario che il messaggio che il progetto vuole diffondere venga realmente applicato dai politici”.
Sempre parlando di sostenibilità ambientale in Valle d’Aosta, mi sorge spontanea una domanda sugli impianti sciistici. Segue una risposta immediata: “Direi che ne abbiamo abbastanza ed è il caso di fermarci”. Stefano si sofferma in particolare su un’area della regione, il comprensorio di Cime Bianche, il cui ingrandimento “andrebbe a rovinare l’ultimo vallone ancora intatto del Monte Rosa”. Una valle, la Val D’Ayas, che si trova al secondo posto per il turismo estivo dopo la valle di Cogne. “È una valle che non va protetta solo per i valdostani, ma per tutti. Chi fa turismo estivo qui lo fa perché è ancora intatto, è un tipo di turismo che vuole ancora una montagna integra”. I politici e gli abitanti dovrebbero capire che “la vera capacità di essere vincenti sta nel saper proteggere ciò che ancora abbiamo”.

Parlare con Stefano è piacevole, l’intervista si scrive quasi da sé: è un fiume di parole da cui però traspare la passione e la voglia di battersi per ciò in cui crede.

Parlando, arriviamo finalmente al suo regno, al luogo che l’ha visto nascere come fotografo: il Parco Nazionale del Gran Paradiso. Lo frequenta ormai da oltre 30 anni, ne conosce ogni animale. Animali che ha avuto occasione di incontrare e fotografare anche per il suo ultimo libro, “Il sentiero perduto”. Alla domanda su quale sia stato l’incontro più significativo nel parco, risponde con semplicità: “Quello che non ho fatto, il lupo”. Un animale molto difficile da incontrare sulle Alpi: “non ci sono riuscito perché in Valsavarenche sono scomparsi, in parte uccisi da automobili, in parte a fucilate fuori dal parco”. Stefano si concede infine una considerazione su come il parco sia cambiato nel corso degli anni, migliorandosi sotto molti aspetti. Ma “ci sono ancora molte cose da cambiare, perché il gran paradiso diventi un parco moderno. La figura del guardiaparco, così com’è utilizzata, è sprecata: dovrebbe essere il primo divulgatore del parco, dovrebbe essere il primo a conoscere e divulgare quello che offre il parco”. Nel parco, ma anche in molte altre aree montane, si sta poi diffondendo la moda degli endurance trail, corse di resistenza in montagna: “credo che sia un approccio un po’ superficiale alla montagna, uno specchio di questa nostra società. Capisco chi lo fa, la ricerca della sfida con sé stessi può essere entusiasmante, ma trovo che non sia così che si debba vivere la montagna, che si riesca a coglierne l’essenza. Correndo si passa accanto a tutto, senza soffermarsi su nulla”.

Due visioni opposte – La strumentalizzazione della Montagna da parte della televisione e la sua salvaguardia, grazie a Legambiente

Quando arrivo in albergo a Courmayeur c’è un’aria strana, frenetica. Ragazzi con pacchi e valigie corrono in ogni direzione. Sento alcuni frammenti di discorsi: parlano di riprese da fare sul Monte Bianco.

Le Grand Jorasses viste dalla val Ferret

Le Grand Jorasses viste dalla val Ferret

Più tardi scopro che stanno realizzando un reality, dal titolo “Monte Bianco”. Non ho colto tutti i dettagli di questa trasmissione. Ma quando ho saputo che alcuni vip – non alpinisti – dovranno scalare la vetta più alta d’Europa, mi sono posto alcune domande. Mi sono chiesto, specialmente il giorno successivo, sotto le Grand Jorasses, se ha senso banalizzare così uno dei più bei 4000 delle Alpi. Dove va a finire il concetto di “passo dopo passo”, a mio parere fulcro dell’alpinismo? Anche se queste salite saranno accompagnate da delle guide, che limiteranno il rischio grazie alla loro esperienza, quale messaggio si vuole diffondere? Forse che tutti possono salirlo, pagando? Forse che l’alpinismo non è altro che un gioco, bello da praticare e divertente da guardare in TV? Beh, per me non è così. Per me l’alpinismo è qualcosa che va oltre lo sport. È un modo per maturare, esponendosi a rischi limitati. L’alpinismo è cultura, è storia. Perché banalizzarlo, rendendolo un format televisivo?

La mia permanenza a Coumayeur si conclude con molti punti oscuri e molti dubbi, dopo la bella mattina sotto le pareti che sono state dominate da Walter Bonatti. Non trovo e forse non troverò mai un senso a quella che è una mera commercializzazione della Montagna.

Mi muovo verso valle, in direzione Aosta, per iniziare un paio di giorni molto particolari. Qui sono ospite di Alessandra, Presidentessa della sezione locale di Legambiente.

La morsa del caldo Aostano mi prende subito. Mi ricorda Bolzano. Anche nella casa di Alessandra il caldo continua ad attanagliarmi. D’altronde Aosta si trova in una conca.

Alle sorgenti del Lys, il massiccio del Rosa, apprezzato da un punto di vista per me insolito

Alle sorgenti del Lys, il massiccio del Rosa, apprezzato da un punto di vista per me insolito

Come dicevo, i giorni passati assieme a Legambiente sono davvero particolari. Inizio a conoscerne qualche volontario durante la bella passeggiata alla sorgente del Lys, luogo in cui vorrebbero costruire una centrale idroelettrica. Qui, all’ombra del massiccio del Rosa – visto da un versante per me insolito – chiacchierando e raccontando la mia esperienza di viaggio, conosco Delia, forse la più strana del gruppo. Questa sera sarò ospite in casa sua. Una famiglia particolare. La prima impressione era di una famiglia normale ma, quando a cena ci sediamo attorno ad un tavolo, mi si rivela la verità. Non credo di essermi divertito di più durante questo viaggio. Tutto è insolito, a partire dagli strani ed azzardati piatti che Delia cucina per me. “Non siamo abituati ad avere ospiti”, mi dicono. “E neanche molto a cucinare”, avrei aggiunto. Ma, a parte questi piccoli inconvenienti, credo sia uno dei primi posti in cui io mi sia sentito a casa, durante il viaggio. Concludo la bella serata con loro, prima di congedarmi, con una mousse…gelato…in realtà non ho ben capito cosa fosse.

Salendo al Colle di Cime Bianche

Salendo al Colle di Cime Bianche

La mattina seguente riparto – tardi – per la Val D’Ayas. Una valle di cui mi aveva parlato Stefano Unterthiner, quando l’ho consciuto. Una valle bellissima, in cui si sta pensando di costruire un nuovo impianto da sci. Non sono del tutto contrario agli impianti: sono essenziali per il turismo, tuttavia credo possano bastare quelli già presenti.

E quando, arrivati al Colle di Cime Bianche, ci si volta indietro e ci si trova al cospetto della magnificenza di questa valle, la speranza che non vengano realizzate nuove strutture aumenta. Sarebbe un vero peccato se questo spettacolo della Natura venisse rovinato da dei tralicci di metallo.

Un altro splendido scorcio, durante la salita al Colle di Cime Bianche

Un altro splendido scorcio, durante la salita al Colle di Cime Bianche

Un indesiderato strappo alla regola – Dopo un viaggio nelle tradizioni Vallesi, uno in elicottero verso Domodossola, per poi recuperare le forze ai piedi del Cervino

Da Domodossola me ne vado subito, fortunatamente. Il caldo mi infastidisce, dopo questa settimana in quota. I movimenti sono più lenti, inizio a sentire le forze scemare.

Prendo l’autobus per Macugnaga, sperando nel fresco che però non arriva. Arriva invece l’impatto con l’imponente parete est del Monte Rosa, il sogno di ogni scalatore. Ma penserò domani alla Signora, oggi sono qui per i Vallesi.

Case Walser a Macugnaga

Case Walser a Macugnaga

Prima ancora di posare lo zaino, mi reco al piccolo Museo Walser del paese. Non c’è nessun visitatore. Trovo però il bel sorriso della signora Lia, che da dietro la scrivania mi accoglie con il calore di una nonna: “Sono contenta quando vedo la gente entrare incuriosita, perché sono affezionata a questa casa”. Lia è in pensione, ma viene qui volentieri a dare una mano, per mantenere viva la storia Walser. In ogni suo giro mette tutta la sua passione e la sua poesia – a volte con azzardate frasi in rima – per raccontare quanto fosse dura la vita di questo popolo. I Walser erano estremamente religiosi: sopra ogni stanza della casa, come segno di buon auspicio, veniva incisa una croce nel legno. Il legno, un materiale che ritorna continuamente nella storia di questo popolo. Quasi tutti i loro oggetti erano in legno, persino le suole delle scarpe. “Chiodate, per non consumarle”, mi dice Lia. “Non avevano altri materiali, il legno lo prendevano dai boschi di Macugnaga. Gli oggetti dovevano durare.”

Terminata la visita “privata”, Lia mi racconta che qui non viene molta gente. “Alcuni si affacciano, ma poi se ne vanno quando vedono che si paga un biglietto”. É un vero peccato che questo museo non venga valorizzato. Trovarlo non è facile, mancano le indicazioni lungo la strada, ma è uno dei pochi luoghi in cui riscoprire i reperti della cultura Walser. È parte integrante di una tradizione che dovrebbe essere portata avanti almeno nel ricordo, se non nelle pratiche. La Storia ci insegna che non bisognerebbe mai dimenticare il proprio passato.

La parete est del Monte Rosa

La parete est del Monte Rosa

La mattina seguente mi sveglio presto, prima dell’alba. Apro la finestra sapendo che è lì, davanti a me, verticale ed imponente dietro il muro nero della notte: la parete che, nel 1783, il fondatore dell’alpinismo Horace-Bénédict de Saussure definì impossibile dopo numerosi giorni di appostamenti.

Dopo di lui, altri sono arrivati fin qui, in questo piccolo avamposto al confine svizzero del Piemonte, per cercare di salire la grande parete. Ma chi sarebbe riuscito a violarla? Come spesso accade nell’alpinismo, gli inglesi. William, Richard e Charles. Accompagnati dallo svizzero Imseng, dall’austriaco Spechtenhauser e dall’italino Oberto, tentarono la parete il 22 luglio 1872, toccando le punta Dufour dopo svariate ore di salita. È un’impresa alpinistica che mi piace particolarmente e che mi piace raccontare, perché va oltre le bandiere. Quattro nazionalità e nessuna bandiera, su quella vetta in quel giorno di luglio. Un bell’esempio, perché la montagna deve essere patrimonio di tutti, senza bandiere e senza colori.

Anni fa lessi il racconto di quella salita e ricordo ancora molti particolari. Ne ricordo invece molti meno della mia. Iniziata prima dell’alba, ricordo le forze scemare rapidamente e la camminata diventare sempre più difficile, il fiato tagliato da un semplice falsopiano. Poi sparisce tutto, solo buio con pochi sprazzi di lucidità. Ricordo la mia agitazione. L’elicottero che curva, il peso del mio corpo spostato tutto da una parte. “Domodossola è il più vicino”, dice una voce. Dal finestrino riconosco la parete, sempre più lontana, che scompare quando il Sole mi acceca. Dopo l’atterraggio, una lunga giornata di controlli. “Sei stanco, devi riposarti”, mi dicono infine. Non posso camminare, non posso salire. Devo stare fermo per alcuni giorni. Ma il viaggio è da finire, mi riposerò dopo Nizza.

Il giorno dopo mi sveglio nella mia camera. La signora del B&B mi ha spostato nella stanza di fianco alla sua, per “tenermi sotto controllo”. Sono tutti preoccupati, qui a Macugnaga. Vorrebbero mi fermassi qui un paio di giorni in più, a riposare. Parto però in tarda mattinata, dopo aver salutato e ringraziato tutti, in direzione Cervinia. Voglio essere là entro il 17 – domani – per le celebrazioni del Cervino di Carrel.

In realtà, dire “in direzione” è sbagliato. Per raggiungere Cervinia da Macugnaga mi ci vogliono dieci ore, muovendomi inizialmente nella direzione opposta, verso Milano. Da qui torno in Piemonte, a Torino, per poi iniziare finalmente a salire verso la Valle d’Aosta.

Jean Antoine Carrel (foto del Museo Guide del Cervino)

Jean Antoine Carrel (foto del Museo Guide del Cervino)

Arrivo finalmente sotto il Cervino. Ormai è sera, e al posto della piramide rocciosa trovo un muro di nuvole. “Non lo vedrò illuminato”, penso. Sono però contento di essere arrivato oggi, il giorno in cui Carrel decise di ritentare. Probabilmente, a quest’ora di 150 anni fa, lui, Bich e Gorret si preparavano al primo bivacco in parete. Anche io, come loro, mi preparo per la notte. Una notte più comoda.

Alla mattina, mi trovo di fronte all’imponenza del versante italiano. Lo guardo per un bel po’, e penso. Penso a centocinquanta anni fa. Penso a come deve essersi sentito Carrel, che provava a conquistare quella cima dal 1861, per poi vedersela soffiare da sotto il naso, ad un passo dalla fine. Ma oggi non è giornata per pensare a quel momento perché, il 17 luglio 1865, Carrel e Bich calpestarono la neve su quella vetta a lungo sognata.

La sala del Museo Guide del Cervino

Un angolo della sala del Museo Guide del Cervino

Inizio la giornata con una visita al Museo Guide del Cervino: una piccola stanza, dimessa, per quest’anno interamente dedicata alla ricorrenza. Le foto accompagnano alla scoperta del Cervino e dei suoi protagonisti. I cognomi ritornano sempre. Ritorna più di una volta il cognome Carrel, storica famiglia di guide che su questa montagna hanno messo un marchio indelebile. Due volte invece vedo scritto Barmasse: Marco ed Hervé, padre e figlio, possessori di un cognome che per sempre rimarrà legato a questa montagna. Un nome invece compare solo una volta. Qui, al contrario che nel Matterhorn Museum di Zermatt, gli è stato dedicato ampio spazio.

Walter Bonatti festeggia a Cervinia, dopo aver conquistato la vetta (foto del Museo Guide del Cervino)

Walter Bonatti festeggia a Cervinia, dopo aver conquistato la vetta (foto del Museo Guide del Cervino)

Il nome è quello di Walter Bonatti. Come dicevo si ripete una volta sola, che però ne vale cento delle altre. Ricorda la sua impresa, una solitaria direttissima ed invernale durata 5 giorni e compiuta cinquant’anni fa, sulla parete nord. Solo una ragazza francese è riuscita a superarlo: solitaria ed invernale in soli 4 giorni lungo la stessa via. “Ma con attrezzatura moderna”, dirà alla conferenza successiva alla scalata. L’impresa di Bonatti è quella che da sempre porto dentro di me, come un sogno che temo rimarrà tale. É difficile pensare di poter un giorno mettere le mani sulle stesse rocce che toccò lui.

Quello stesso pomeriggio riparto da Cervinia, con ritrovata energia. Qui, per caso, ho incontrato degli amici piemontesi saliti per la commemorazione. Mi hanno ridato la forza di continuare il viaggio, una forza che avevo perso negli ultimi giorni. Dove sto andando? Verso Courmayeur, sotto le Grand Jorasses. Qui, però, mi aspetta uno strano incontro in albergo.

La sfida ai ghiacci eterni – Daniele Nardi, storia di un sogno divenuto realtà

“Questa montagna voglio scalarla!”.

Daniele con l'alta bandiera dei diritti umani.

Daniele con l’Alta Bandiera dei Diritti Umani

Così un giovane Daniele Nardi, a soli 13 anni, parlava del K2, dopo aver ascoltato le parole di Achille Compagnoni e Lino Lacedelli.

Un sogno che si è tramutato in realtà alle 15.59 del 20 Luglio 2007. Una spedizione coronata dal successo, sebbene segnata da un evento tragico. Daniele ricorda come il viaggio sia stato più importante della vetta: “Un percorso fatto con degli amici, una storia non fatta solo di simpatia, intesa e momenti felici. Ci sono stati momenti difficili, di scontro tra idee diverse”. Un percorso difficile, ma che gli ha regalato grandi soddisfazioni e ricordi indelebili. “Ricordi da raccontare. Per assurdo, anche sulla discesa ho tanto da raccontare”. Infine, la vetta. “Quel condensato di emozioni, pieno di roba: odori, colori, entusiasmo, pianto. Anni di allenamento, preparazione, organizzazione, poi ti spogli di tutto e sei in vetta al K2”.

Daniele Nardi racconta così il punto più alto del suo alpinismo, il coronamento del sogno di un ragazzino che aveva iniziato a scalare sui monti Lepini, con un imbrago “chiesto in prestito” al padre ed uno spezzone di corda. Niente otto, mezzo barcaiolo, niente tecnicismi. “Per assicurarmi avvolgevo sette-otto volte la corda attorno all’anello dell’imbrago e speravo che tenesse”. Poi il corso di arrampicata, uno dei primi organizzati dal Club Alpino Italiano di Latina. L’anno dopo, senza che qualcuno se l’aspettasse, in treno verso il Monte Bianco, per provare qualcosa di più.

Un giorno, di ritorno alla Capanna Gnifetti dalla Kuffner, un incontro sul Monte Rosa. Un alpinista del frosinate, con cui scambia due parole. Si accordano per vedersi qualche tempo dopo. All’incontro, con lui, un alpinista laziale ed uno abruzzese, Roberto Delle Monache. Daniele non sa cosa aspettarsi. Giunge la proposta: il Gasherbrum. “Il mio desiderio di vetta, la mia voglia di arrivare in vetta era grande, però a 4810m la vetta si ferma”. Inizia allora a pensare all’himalaya, al Karakorum, agli 8000. Daniele non sa bene come descrivere la sensazione del trovarsi al cospetto di un 8000, la racconta con l’emozione della prima volta.

Il viaggio verso il sogno prosegue con il Cho Oyu. Qui, Daniele si avvicina allo stile alpino: “spinto dalla curiosità e dall’incoscienza, avevo capito che potevo fare un passo in più, con l’idea di testarmi fino in fondo”. Un attacco alla vetta partito dal campo 2, oltre mille metri di dislivello. “Le altre spedizioni erano salite nei giorni passati, io salivo e loro scendevano… Ad una passo dalla vetta, intorno agli 8100m, ho un principio di congelamento ai piedi. Decido di scendere, ma poi riparto subito per un secondo tentativo”. Un momento particolare di quella salita gli è rimasto: “Quando decido di scendere butto giù lo zaino, lo vedo rotolare ed inizio a piangere”.

Daniele si è ritrovato ad essere sostenitore di una campagna in difesa dei diritti umani nel mondo, YouthForHumanRight. Un incarico che porta sempre con sé in tutte le manifestazioni, da conferenziere, da scrittore e da alpinista. Si, anche come alpinista: Daniele – contrario le bandiere sulle montagne, se non per simboleggiare la pace tra i popoli – ha scelto di portarne una con sé, sulle più alte vette della Terra. Una bandiera firmata da oltre 10000 ragazzi, simbolo del rispetto dei diritti umani. “La bandiera porta un messaggio: è la possibilità, per i ragazzi, di fare con me questo viaggio di scoperta, conoscenza ed applicazione. Nel momento in cui questa bandiera raggiunge la vetta rappresenta la forza, la generosità, il coraggio di ognuno di poter e voler rispettare qualcosa che è difficile da portare avanti”. Ovviamente per Daniele portare in vetta questa bandiera è anche il metodo più facile per diffondere e far conoscere i diritti umani.

La firma della bandiera dei diritti umani segna il momento in cui si promette di rispettarli e di diffonderne il messaggio.

La firma della Bandiera dei Diritti Umani segna il momento in cui si promette di rispettarli e di diffonderne il messaggio

Ma quanti dei ragazzi che hanno firmato la bandiera si rendono conto e capiscono l’importanza dell’apporre la propria firma su quel pezzo di stoffa? Mi rispondono Daniele e i responsabili dell’associazione: il lavoro nelle scuole non si ferma alla conferenza, ma prosegue anche dopo, tramite la realizzazione di disegni e temi. Lavori che servono per dimostrare che hanno capito, o almeno cercato di capire, il significato di quei 30 diritti. “ Alcuni ragazzi proseguono il lavoro, ogni tanto mi arrivano dei lavori che hanno realizzato a casa, per conto loro”. Daniele è molto legato a questo incarico, a questa bandiera. È un simbolo che vive fino in fondo e che solo lui può capire del tutto. Per gli alunni che l’hanno firmata, significa: “Daniele porta tu per noi questi diritti più in alto che puoi”. Gli adulti, invece, con la loro firma si impegnano a far si che questi diritti vengano rispettati.

Con Daniele, ci concediamo infine una piccola divagazione su come sia cambiato l’alpinismo e l’approccio alpinistico sulle Alpi. “Si è perso un po’ il senso dell’avventura, nel passato era più semplice trovare degli spazi nuovi”. Oggi, con l’avanzamento tecnologico delle attrezzature e con il bagaglio di conoscenze accumulate nel corso degli anni grazie alle memorie dei “pionieri”, il limite massimo si è spostato oltre ciò che le Alpi possono concedere. Daniele spiega che si è dato spazio ad un’avventura protetta, in cui il rischio diminuisce ma non scompare. Come fare allora a riscoprire la vera avventura? “Abbassando le prestazioni dell’uomo, portandolo alle alte quote, dove la tecnologia e l’allenamento non si sono ancora sviluppati sufficientemente”. “Nonostante tutto questo, lo spazio sulle Alpi c’è ancora, ma è difficile trovarlo e rimane per una elite che oggi sempre più è difficile formare: quanti giovani hanno voglia di fare veramente fatica e dedicarsi all’alpinismo? Chi ha voglia di fare delle salite in certo modo, con un certo stile? Quanti invece vengono risucchiati da attività come il boulder e l’arrampicata o le gare su ghiaccio?”. Ma cosa ancora più importante sono i media: “Solo quando ci daranno l’opportunità di raccontare la montagna per quello che è – e non per quello che loro vogliono che sia – si racconterà la verità. Finché sui giornali escono solo notizie negative, oppure slogan per fare pubblicità piuttosto che per fare reale conoscenza, le persone continueranno ad associare la notizia la “montagna killer Nanga Parbat” alla passeggiata, piuttosto che alla scalata in falesia. Ed è chiaro che così si blocca sul nascere la possibilità di avvicinare nuove persone al mondo della montagna. Questa cattiva pubblicità non solo fa male all’alpinismo, ma anche a chi vive di monti, perché non permette di avvicinare una grossa massa con l’aiuto dei professionisti”.

Agostino “Gustin” Gazzera – La storia di una passione dipinta negli occhi

Si chiama Agostino Gazzera, ma per tutti è “Gustin”. Classe 1927, nelle mani due picozze ed ai piedi i ramponi, lo si può ancora incontrare in inverno su qualche cascata di ghiaccio della Val Varaita.

Ho avuto l’onore di poterlo intervistare per questo progetto al Rifugio Savigliano, siamo entrati durante un corso sulle ferrate del CAI Fossano, quando l’hanno visto si sono fermati, si sono alzati ed hanno iniziato ad applaudire.

In realtà non voglio dire molto sulla sua avventura, voglio che a parlare sia lui, quindi vi lascio volentieri ai due filmati, guardateli: è una storia unica.

P.S.: Guardate i suoi occhi, li dentro c’è tutta la passione per la montagna

Agostino mi racconta il suo Cervino

 https://www.youtube.com/watch?v=nRA69RsDlJk

L’intervista completa dal Cervino al Monviso, la sua montagna

https://www.youtube.com/watch?v=GfaFwvkppRg

Per chi volesse la sua vita di montagne è raccontata in un film: L’Alpinista 

Grazie a Fabio Mancari e Giacomo Piumatti di Stuffilm Creativeye per le riprese, e grazie a Gustin per la disponibilità.

La differenza tra la valorizzazione e lo sfruttamento – Da Bergamo al Cervino, passando per il ghiacciaio più grande d’Europa

Prima di dirigermi verso l’efficientissima Svizzera, faccio una sosta a Bergamo per recuperare il mio amico ed editor Luca.

Piazza Vecchia a Città Alta, Bergamo

Piazza Vecchia a Città Alta, Bergamo

Luca mi accompagna alla scoperta di Bergamo, città di antiche tradizioni. Ci concentriamo prevalentemente alla zona più antica, Città Alta. Per raggiungerla utilizziamo la storica e ultracentenaria funicolare, una delle due della città. I primi insediamenti risalgono all’epoca dei Galli, come ci dicono al piccolo e ben curato museo di storia. Da allora molto è cambiato nella conformazione del paesaggio urbano. Salendo lungo le ripide strade della parte vecchia, Luca mi fa notare il leone di San Marco presente su palazzi e porte della città. Furono scolpiti quando la città entrò a far parte della Repubblica di Venezia. “Alcuni sostengono che il libro aperto su cui il leone poggia la zampa indichi che l’edificio venne realizzato in tempo di pace per la Serenissima”, mi spiega. Dopo i veneziani, da Bergamo passarono Napoleone prima e, meno di un secolo dopo, Garibaldi. A quest’ultimo e ai suoi uomini sono dedicate numerose raffigurazioni in città. Bergamo, detta “Città dei Mille”, fu infatti il luogo d’origine della maggior parte dei volontari delle camicie rosse.

Uno dei meravigliosi panorami ammirabili dal Trenino del Bernina

Uno dei meravigliosi panorami ammirabili dal Trenino del Bernina

La mia permanenza in questa cittadina divisa tra pianura e montagna dura poco: il giorno seguente io e Luca ci dirigiamo verso Tirano, per prendere il Trenino Rosso del Bernina in direzione di St. Moritz. In realtà, non vogliamo digitare la città in sé: siamo qui per il Trenino, patrimonio UNESCO. Saliamo a bordo. Dopo due treni regionali italiani, la differenza si nota subito: nonostante il treno non sia affatto nuovo, è mantenuto perfettamente. Ma il Bernina Express non è solamente un mezzo di trasporto, rappresenta un capolavoro dell’ingegneria.

Lo splendido ghiacciaio del Bernina, minacciato sempre più dal riscaldamento globale

Lo splendido ghiacciaio del Bernina, minacciato sempre più dal riscaldamento globale

Non sono un amante delle troppre infrastrutture in montagna ma, quando queste si fondono perfettamente con il paesaggio naturale che attraversano, non ho nulla da ridire. Il tragitto sembra quasi stato creato durante l’orogenesi alpina.

Partiti da Tirano con un tempo spendido (che ci accompagnerà per tutto il tragitto), imbocchiamo subito il primo ponte elicoidale, creato per superare in poco tempo il grande dislivello. Il vento fresco mi colpisce con violente folate il volto.

Tutti i finestrini sono aperti e le persone si sporgono con cellulari e fotocamere per immortalare il passaggio sul ponte.

Con Luca, abbiamo scelto di fare delle tappe intermedie lungo il percorso. A dire il vero avremmo voluto scendere in tutte le stazioni, ma non si può fare. Scendiamo allora a Cavaglia, per osservare le Marmitte dei Giganti, spettacolari formazioni rocciose plasmate dall’erosione dei ghiacciai. Poi, la fermata più alta, l’Ospizio Bernina. Infine Morterasch, per poter osservare da vicino il ghiacciaio del Bernina, raggiungibile con una comoda camminata di un’oretta. I pali che segnano il ritiro dei ghiacci nel corso dei decenni ti lasciano con una sensazione di impotenza e di rabbia.

La veduta dal lago di St. Moritz... palazzoni

La veduta dal lago di St. Moritz… palazzoni

Verso le ore 17, una voce annuncia all’altoparlante l’arrivo alla stazione di St. Moritz. Una cittadina che mi ha stancato fin da subito: palazzoni e alberghi su alberghi affollano le sponde del lago. Un turismo che con la montagna non ha più nulla a che fare.

Per fortuna ci rimaniamo solo una giornata. La mattina seguente siamo a bordo del Glacier Express, direzione Briga. Ad essere onesti, preferivo il panorama del Trenino Rosso. Non che il percorso sia brutto, ma il Glacier viaggia in un ambiente sempre uguale, a tratti monotono.

Arriviamo a Briga, città con più di 5000 anni di storia. Città “sempioniana”. Città di imprese. Da qui infatti, alle 13.30 del 23 settembre 1910, Jorge Chàvez Dartnell decollò con il suo Bleriot, destinazione Domodossola. Dartnell fu il primo a sorvolare le Alpi, ed il tragico epilogo della sua avventura non sminuisce il valore dell’impresa. Oggi, in Paese, una fontana è dedicata alla sua memoria.

Sono qui a Briga per visitare il ghiacciaio dell’Aletsch, il più esteso d’Europa. Per arrivarci, prendo le prime funivie del viaggio. La vista dell’enorme lingua di ghiaccio è impressionante. Ma ancora più impressionante è la visione dei segni sulla roccia che indicano lo spessore di un tempo del ghiacciaio.

Lo scempio del sentiero UNESCO

Lo scempio del sentiero UNESCO

Il ghiacciaio è un patrimonio UNESCO. Per poterlo ammirare è stato quindi creato un sentiero che lo segue per un bel tratto. Più che un sentiero, in realtà, pare un’autostrada; almeno fino al punto in cui, improvvisamente, sparisce nel nulla. Prima di svanire chissà dove, però, sono visibili delle enormi impalcature metalliche con basamenti in cemento piantati nella roccia. Strutture di dubbio gusto estetico e di dubbia utilità, che in ogni caso poco si inseriscono nel paesaggio naturale.

Una delle case tipiche vallesi, soffocata – come le altre – dalle nuove costruzioni

Una delle case tipiche vallesi, soffocata – come le altre – dalle nuove costruzioni

Scesi da questo scempio della Montagna, io e Luca ci spostiamo in treno a Saas-Fee, uno tra i più antichi insedimenti Walser del Vallese. I Walser sono una popolazione di origine tedesca che abitarono le regioni alpine attorno al Monte Rosa fin dall’VIII secolo. A partire dal XII secolo sono emigrati, colonizzando numerose aree, fino a giungere – attraverso il Colle del Teodulo – nella mia regione, il Piemonte. Qui a Saas-Fee riusciamo a visitare il museo sulla storia dei popoli Walser. Qui ci rendiamo pienamente conto di quanto l’ambiente cittadino sia molto cambiato, diventando sempre più oppresso dal cemento. Ce ne accorgiamo anche quando, girando per il paese alla ricerca delle antiche abitazioni ancora visibili, fatichiamo ad identificarle, soffocate come sono dalle troppe e troppo invadenti nuove costruzioni.

Concludiamo infine la nostra permanenza in Svizzera in una città in cui sognavo di arrivare fin dall’inizio del mio viaggio: Zermatt. Volevo esserci e volevo esserci in questi giorni. Qui, esattamente centocinquanta anni fa, si è svolta una delle più grandi e più discusse – a causa delle varie ricostruzioni della tragica discesa – imprese alpinistiche della Storia.

L'imponente piramide del Cervino, avvolta dalle nubi

L’imponente piramide del Cervino, avvolta dalle nubi

Il 14 luglio 1865 Edward Whymper, in cordata con altri sei uomini, toccava per la prima volta la vetta del Cervino, battendo di poco l’italiano Carrell, che tanto aveva agognato quella vetta. Carrell avrà però modo di rifarsi tre giorni dopo, aprendo la via italiana alla vetta. Questo, però, lo racconterò più avanti.

È giunto, finalmente, il momento di lasciare la Svizzera. “Finalmente” perché non ne potevo più di questo parco giochi d’alta montagna. Un intero territorio snaturato al fine di consentire una turisticizzazione oltre quelli che per me sono i limiti accettabili. Qui non si vuole realmente valorizzare la Montagna, la si vuole sfruttare economicamente. Valorizzarla significa fare in modo che tutti possano capirne ed apprezzarne la reale bellezza, non rendere tutto un’attrazione turistica come se fossimo al luna park.

Quando il Cervino era ispirazione, non denaro sonante (foto del Museo della Montagna)

Quando il Cervino era ispirazione, non denaro sonante (foto del Museo della Montagna)

Sarà anche la zona con la miglior efficienza nei mezzi di trasporto, ma preferisco le “mie” montagne – con tutti i difetti di raggiungibilità – a questo enorme parco divertimenti per ricchi facoltosi che non sono in grado di apprezzare la reale bellezza di quella piramide di roccia di 4478 metri.

Ora devo smettere di scrivere, sto arrivando a Domodossola. Il “mio” Piemonte e le “mie” montagne mi aspettano.