Highlands, puntata 3

DSCN0040 MODIFICATA.jpgOrmai è completamente buio. Mi alzo e prendo lo zaino, lo porto vicino ad un masso cui potermi appoggiare. Quel tempo passato li per terra sotto la pioggia è stato utile a calmare i pensieri ed il cuore. Lascio un attimo la sacca, mi guardo intorno e cerco un posto in cui poter piazzare la tenda. Per questa giornata può bastare così. Ho male ad un ginocchio, all’inguine e ad una spalla. Non è il caso di mettersi a camminare senza riposo e al buio in queste condizioni, in oltre non so ancora com’è messo il mio materiale. La prima cosa che faccio e prendere la tenda ed iniziare a montarla.DSCN0038.JPG Subito noto uno strappo nel telo e a questo si aggiungono le bacchette (che costituiscono le struttura portante della tenda) spezzate in più punti. Immediatamente mi prende lo sconforto. Ero in mezzo al nulla, bagnato ed infreddolito, senza un riparo, da solo. Piango, poi passo mezz’ora nell’incertezza del da farsi: continuare a camminare e tirarmi fuori di li subito? Fermarmi? Prima di prendere una decisione provo a ad accendere il telefono, subito non funziona, provo a cambiare la batteria e fortunatamente parte. Prende! Una tacca ma meglio di nulla. Chiamo i ragazzi che mi seguono dall’Italia, gli racconto l’accaduto, mi tirano su di morale con una battuta e pian piano torno a ragionare. È stato importante questo contatto umano, fondamentale.

L’ora successiva la passo chino sulla tenda ad ingegnarmi per cercare di sistemarla. Raccolgo tutti i cordini e le fascette che trovo nello zaino ed in maniera molto originale riesco a fissarla ai rami degli alberi, poi prendo il telo di copertura e cerco di fissarlo per coprire la parte tagliata. Inizialmente pare funzionare, mi infilo dentro e finalmente sono all’asciutto. Mi sistemo, stendo il materassino (ormai provato dalla caduta) e ci metto sopra il sacco a pelo. Sfilo gli scarponi ed inizio a rilassarmi. Afferro due barrette energetiche per consumare un pasto frugale ma l’unico mio pensiero è come uscire da li. Prendo la mappa, modifico il percorso: mi muoverò verso ovest, verso il lago di Lomond. Poche miglia prima della costa si trova un piccolo villaggio in cui spero di riuscire a trovare un modo per tornare verso Glasgow. Presa la decisione crollo dal sonno.

Mi risveglio poche ore dopo (Verso l’una di notte) a causa di un gelido vento che penetra nella tenda. Quando accendo la torcia vedo che tutti i miei sforzi per fissare il telo e tenere la pioggia fuori sono stati inutili. Si è alzato il vento e ha staccato tutto. Esco fuori, mi rimetto all’opera, ma rinuncio poco dopo. L’aria continua a disfare tutto. Rientro nella tenda, mi copro il più possibile ed aspetto l’arrivo dell’alba.

DSCN0049.JPGDurante la notte non riesco a pensare ad altro oltre alla voglia di andarmene. Voglio arrivare in un luogo caldo e asciutto. Non riesco a dormire, penso “ma chi me l’ha fatto fare?” e sorrido. Alla fine verso le 6 (5.40) mi preparo un rapido the caldo che scorrendo dentro di me dona nuove energie e nuova voglia di camminare. Alle 6.30, alla luce del frontalino, sono pronto per ripartire. Quest’oggi non più verso nord ma verso ovest, verso il mio “punto di fuga”.

DSCN0044.JPGL’ambiente delle Highlands è spettacolare, è selvaggio, è deserto, è morto. È un ambiente meraviglioso e difficile. L’ho amato ed odiato. Una delle ultime perle di natura incontaminata in Europa. Il suo clima è buffo, difficilmente interpretabile. Si passa dalla pioggia, alla nebbia, al vento e poi di nuovo alla pioggia, tutto in un’unica giornata. In tre giorni di cammino non ho incontrato nessuno. È così desolato l’entroterra, soprattutto d’inverno. Nonostante questo ho deciso che ci tornerò, non se presto o tardi ma ci tornerò.

Highlands, puntata 2

DSC_0087.JPGLa giacca gronda acqua mentre a fatica salgo lungo il versante. Il buio non è ancora totale, ho almeno una mezz’oretta di chiaroscuro, riuscirò a salire in tempo per vedere qualcosa. Ho posato lo zaino, ma subito ci ripenso e lo rimetto sulle spalle. È stata una scelta stupida, avrei potuto lasciarlo per poi recuperarlo dopo ma ho paura di perderlo. E’  il mio unico compagno di viaggio. La pioggia si intensifica. Ad ogni passo il mio peso fa affondare gli scarponi nel fango. Salgo lentamente, affaticato dal terreno e dal peso dello zaino. Ho sbagliato a portarlo con me, ho peccato di ignoranza.

Ho già percorso un centinaio di metri quando il mio scarpone sinistro affonda nel terreno fino a metà polpaccio. Cerco di forzare sulla gamba per tirarlo fuori ma non ci riesco. Il piede è come preso da una morsa gelida e bagnata. Con le mani vado alla ricerca di un appiglio, trovo solo erba. Riesco a liberare il piede spostando tutto il peso sul fianco destro e, mentre il piede rivede l’aria io mi sbilancio indietro con il peso dello zaino, non riesco a trovare un appiglio e vengo trascinato dal bagaglio verso valle. Cado sulla schiena (sullo zaino) ed inizio a rotolare sul versante tra terra e fango. Ruzzolo per un centinaio di metri fino alla base. Rimango a terra, piegato su un fianco, lo sguardo verso monte, con lo zaino che continua a tirare in vita e sulle spalle. Le gocce di pioggia, gelide, mi cadono in faccia. Le sento “Sono vivo” penso. Appena capisco dove sono urlo  “Aiuto!”. Lo urlo più di una volta e mi slaccio lo zaino. Mi sdraio a pancia in su, la pioggia continua a cadere e scoppio a ridere. Una risata fragorosa, quasi quella di un pazzo. “Ma a chi c***o sto chiedendo aiuto?” dico ad alta voce e continuo a ridere. Per un quarto d’ora non mi muovo, rimango a terra a fissare le gocce di pioggia illuminate dal frontalino cadermi in faccia dal cielo. Paiono cadere tutte dallo stesso punto.

I pensieri scorrono veloci nella mente, dalla mia famiglia, al momento della partenza al come mi ero immaginato le Highlands prima di partire. Poi si fermano sullo sguardo di un amico. Un personaggio. Forse l’unico che saprebbe cosa dirmi in questo momento. Vorrei fosse qui con me ma non c’è, è in Pakistan. Penso ai progetti futuri, uno è con lui. Spero tanto di realizzarlo. Sorrido di nuovo mentre la pioggia continua a cadere copiosa dal cielo.

Highlands, puntata 1

Le nuvole di vapore che escono dalla mia bocca si illuminano alla luce del frontalino. Le conto, una dopo l’altra, nell’attesa che la prima luce dell’alba inizi a dare un senso alla massa nera che mi circonda. È la mattina del secondo giorno di cammino. Sono circa le sei e mancano un paio d’ore alle prime luci del nuovo giorno.

La notte è passata lenta. Ieri il buio è calato intorno alle cinque e quaranta. Ho percorso le ultime miglia alla sola luce del frontalino, fino alle sette circa. Una volta trovato un posto dove accamparmi, mangiato un boccone e recuperata dell’acqua mi sono infilato nel sacco a pelo ed il buio e sceso tutt’intorno a me. Mi sono congedato al giorno passato con la speranza per l’indomani di trovare più acqua. Non che ne abbia trovata poca, di torrenti e fiumiciattoli le Highlands ne sono ricche. Ero insicuro sul berla: lungo molti torrenti ho incontrato tracce di pecore (feci e impronte nel fango) e non mi sono fidato a berla senza prima bollirla. Cosa che però non avevo il tempo di fare durante la giornata. ProbabilmeDSC_0045.JPGnte non mi sarei dovuto preoccupare di questi dettagli, quegli escrementi saranno li dall’autunno quando hanno riportato le pecore in paese ed ormai i parassiti saranno stati distrutti dal freddo. Però in questi casi tornano sempre in mente le vecchie slide dell’esame di zoologia sistematica. Fatto sta che la sera mi sono accampato con un principio di disidratazione ed un gran dolore alla testa. Prima ancora di montare la tenda ho messo su il pentolino con l’acqua ed un volta bollita ho potuto finalmente abbeverarmi, è stato forse il momento più intenso e bello della giornata.

Un ultimo sorso di the caldo dal thermos guardando nascere questa nuova e grigia giornata e subito il mio cammino ricomincia. Sempre direzioni nord. Quest’oggi lascio i grandi spazi aperti che mi hanno accompagnato tutta la scorsa giornata. Oggi mi addentro nella foresta di pini caledoniani. Un ambiente stressante, dove l’orientamento è difficile da mantenere. Spesso si ha la sensazione di girare in tondo, tutto è sempre uguale, alberi su alberi. La bussola ti aiuta a capire se stai procedendo nella giusta direzione e poi c’è l’istinto che ti guida. Lasci dei segni visibili per capire se davvero stai girando in tondo eDSC_0057.JPG perdi il controllo. Più di una volta ho urlato per scaricarmi. Ho pensato di seguire il muschio, “cresce verso nord” mi sono detto, ma qui non è consigliabile. Cresce ovunque: nord, sud, est, ovest. Il muschio ha praticamente invaso ogni spazio lasciato libero dalle piante (morte che poi vanno a formare la torba). Forma dei grossi e spessi cuscinetti intrisi d’acqua da cui facilmente si può recuperare della buona acqua filtrata.

Camminare in queste foreste è come muoversi in un labirinto, se poi ci aggiungi la pioggia e la nebbia che si alternano ogni due tre ore. Sembra quasi che la natura ti prenda in giro. Il cervello ed i sensi sono concentrati come mai nel cercare di leggere ogni traccia, per ben due volte avrei giurato di udire voci umane ma credo fosse uno scherzo dovuto alla stanchezza.

DSC_0091.JPGNel tardo pomeriggio (17.00 circa) la foresta si apre leggermente, incontro un piccolo laghetto dove mi fermo a recuperare acqua e poche miglia più a nord un piccolo monticello di due trecento metri. Sono stato in dubbio sulla strada da seguire tutta la giornata: “E se sto andando verso un punto cieco? E se poi devo tornare indietro per miglia e miglia?” Ad ogni passo questi erano i pensieri che mi frullavano nella mente ed allora mi sono detto ”Perché non salire in cima a questa montagnola per vedere cosa mi aspetta più avanti e magari capire meglio la direzione da prendere?”