230 anni di sfide verticali

Per tradizione il fondatore dell’alpinismo fu Horace-Bénédict de Saussure

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Marquardt Wocher, Paccard sulla via al Monte Bianco (1790)

che spinse alla realizzazione della prima salita al Monte Bianco. Salita regolarmente realizzata l’8 agosto 1786. Nel dettaglio fu proprio in quel giorno che la tradizione ha posto il natale dell’alpinismo. Un alpinismo molto diverso da quello attuale. Erano scalate di scoperta, conoscenza, esplorazione. Si salivano le montagne per calcolare pressione, altezza, temperatura e per scoprire se il nostro organismo era in grado di sopravvivere alla quota. A promuovere questo tipo di attività erano benestanti che raramente vivevano in montagna e che per le salite si affidavano a uomini locali, le guide. Alla sua nascita l’alpinismo non aveva molto della componente romantica che oggi ammalia ogni avventura in quota. La parte passionale della scalata di una montagna arrivò quando si lasciarono termometri, barometri e altre strumentazioni scientifiche a valle e si iniziò a scalare per il gusto di scalare. Siamo nel 1865 e le maggiori montagne delle Alpi – Monviso, Monte Bianco, Ortles, Pelmo, Monte Rosa, Bernina, Jungfrau – sono state ormai salite.

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Gustave Doré, prima ascensione al Cervino

Rimane una cima ancora inviolata ed è proprio su questa che si accaniscono i sentimenti romantici dell’alpinismo fino alla sua conquista, il 14 luglio 1865. Era il Cervino.

Dalla conquista del Cervino in poi il mondo della scalata, dell’alpinismo, assume tutto un altro valore e scopo rispetto a quello che aveva avuto fino a quel momento. Conquistate le cime principali si va alla ricerca della difficoltà. Inizia una fase di esplorazione delle pareti alpine alla ricerca della “propria” via. L’importante non è più la cima, ma la ricerca di un tracciato inviolato ed attraente. Basti pensare a Mummery o  Pendlebury e Taylor sulle Alpi occidentali; oppure Paul Preuss sulle Dolomiti di Brenta, solitario scalatore che non ammetteva l’uso di chiodi.

Passano gli anni e passa una guerra che porterà di li a poco ad affermare in Italia ed in Europa pensieri nazionalisti che trasformeranno l’alpinismo e la frequentazione della montagna da parte di tutti: alpinisti, escursionisti e turisti. In questi anni si porta l’alpinismo alle sue massime difficoltà – riferito al periodo storico di cui si parla –, Solleder raggiunge per la prima volta il VI grado, poi toccato quattro anni dopo anche da Emilio Comici. L’alpinismo si era trasformato in una manifestazione di forza e di virilità nazionalistica.

Passa un’altra guerra e prosegue la ricerca delle difficoltà. Dopo la seconda guerra mondiale i protagonisti sono l’isolamento, la difficoltà, la solitudine, le condizioni estreme e la quota. Alcune di queste caratteristiche permangono per molti anni, altre invece vengono meno con l’alpinismo per professione.

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Walter Bonatti festeggiato a Cervinia dopo la solitaria alla nord del Cervino

Walter Bonatti fu il precursore dell’alpinismo mediatico, raccontando al grande pubblico – attraverso giornali e riviste – le sue imprese e le sue esperienze. Dopo Bonatti saranno molti gli alpinisti a rendere mediatiche le loro salite, attraverso la realizzazione di video e film dedicati alle loro imprese. Il grande successo mediatico, che in pochi anni avvolge questa disciplina, porta in montagna nuovi appassionati vogliosi di cimentarsi sui diversi gradi di difficoltà. Con l’aumentare dei frequentatori, negli anni ’80, proliferano anche le attività parallele all’alpinismo, come l’arrampicata sportiva. Disciplina nata nei primi anni del ‘900 che nel corso del tempo si è evoluta talmente tanto da diventare una disciplina a se stante – come sarà di li a poco per altre pratiche –.

Nell’epoca presente invece l’alpinismo ha assunto una connotazione sempre più sportiva, dove a contare è il cronometro. In molti casi pare essersi persa la componente romantica dell’alpinismo, sostituita dalle prestazioni fisiche o tecniche. Queste “scalate” di velocità o discese estreme rese possibili unicamente grazie alla tecnologia sembrano appassionare le masse, che sempre più si muovono nel territorio montano trasformandolo in nulla di più che un mezzo sui cui praticare sport. La montagna che non viene più vista come un ambiente naturale da preservare ma, al pari di un tapis roulant su cui sudare.

È con questo passato e questo presente che nasce Monte Bianco – Sfida Verticale. Un gioco, un adventure game, che non si discosta molto da ciò che succede tutti i giorni in montagna. Un gioco che di sicuro

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Caterina Balivo, conduttrice di Monte Bianco-Sfida Verticale

non scalfirà l’animo di chi con profonda passione frequenta la montagna. Un gioco che non mostra altro che l’evoluzione dell’alpinismo. Un gioco che fa tornare attuali come mai le parole di Gian Piero Motti, alpinista scrittore e contestatore dell’alpinismo ripetitivo, che nel 1976 scriveva: “Con l’incremento dei mezzi tecnici si è creduto di progredire, ma in realtà non si è fatto che regredire sul piano umano. A poco a poco si è creata l’illusione di poter salire ovunque, si è creduto ingenuamente di poter aprire il territorio alpinistico a chiunque, usufruendo dei mezzi aggiornatissimi che la tecnica ci ha messo a disposizione. La stessa illusione amarissima la sta vivendo la società occidentale, la quale, credendo assai presuntuosamente di assoggettare la natura ai propri voleri, sta assistendo impotente alla distruzione del pianeta.”

 

 

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