La mia montagna.

Nella mia concezione di montagna sono riamaste le idee dei pionieri, di Boccalatte, di Perotti e poi, con

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il tempo si sono insinuate, si sono fatte largo, le idee dei grandi dell’alpinismo: Gogna, Bonatti, Messner.

Ho sempre ritenuto l’alpinismo una pratica al di la dello sport. Si, si fatica anche facendo alpinismo ma, non riesco a ritenerlo una mera attività sportiva. L’alpinismo è cultura, è riscoperta. Alpinismo significa spesso ripercorrere le vie, e quindi parte della vita, di grandi scalatori del passato. Alpinismo significa salire la dove sono passati momenti di storia, come sulle Tre Cime, al contempo luogo simbolo della grande guerra e traccia di uno dei più forti alpinisti tedeschi, Sepp Innerkofler.

Ho sempre cercato la via più facile per salire una montagna, non mi interessano le sfide con altri alpinisti, non mi interessa il tempo sul cronometro, salgo per me stesso, non per gli altri. Non mi interessa la ricerca volontaria del rischio. Sono cosciente però che solo esponendomi ad una dose di rischio posso migliorare, posso imparare e crescere su quelle pareti. Il pericolo, se ne esci illeso, ti da quella che forse è la capacità più importante in montagna: la capacità di sopravvivere. Quando hai paura, quando sei a rischio allora sei al cento per cento delle tue capacità, sei vivo e puoi valutare come tirartene fuori, come sopravvivere. Ovviamente non si va in montagna alla ricerca volontaria del pericolo, sarebbe stupido – o forse non tanto? –. Il rischio fa parte dell’andare in montagna: si cerca di ridurlo al minimo, ma non lo si può cancellare, rimane ed è una presenza costante a cui ci si deve abituare. Non esiste l’avventura priva di rischi che oggi viene tanto venduta, non esiste e non deve esistere. Perché se si inizia a diffondere l’idea che tutto sia facile e che non servano competenze, beh ci troveremo con persone non preparate sopra i 3000m e avremo vie sempre più affollate, aumentando di molto il pericolo di una salita, invece di ridurlo. Non vogliamo che questo accada? O forse è già successo?

“Quando vado in montagna ci vado da solo” è questa la frase che in molti mi contestano, ma non ci posso fare nulla. Amo la natura e la montagna e amo viverla in solitudine. La solitudine quando si è immersi in quello spazio, arido e “selvaggio”, mi aiuta a ricordare la giusta dimensione, mi aiuta a ritrovarmi, a capire che non sono al centro dell’universo. Mi insegna la legge della natura: sono solo di passaggio qui e se non ci fossi non cambierebbe nulla. Sta a noi, a me, dare un senso alle nostre vite, renderle uniche e speciali ed io lo faccio andando in montagna. Solo. Facendo esperienze, incontri e, ogni tanto, osando oltre i miei limiti, per spostarli sempre più in alto. Vivere secondo regole ritenute al di fuori di ogni ragione, vivere inseguendo sogni strani, che non appartengono alle normali regole della società, vivere sognando cose inutili che però ti rendono vivo, che ti regalano l’emozione della vita. Sono vivo quando il terreno diventa orizzontale, quando la valle si stende completamente ai miei piedi, quando sono andato oltre ma ci sono riuscito ed una lacrima scende lungo il volto. Allora si, sono vivo.