Dalla Val Pellice a Nizza, gli ultimi giorni del mio viaggio.

L’arrivo in Val Pellice non è certo stato facile, iniziato la mattina verso le nove da Cesana Torinese, dopo una salita tra nebbia, pioggia e fulmini al Monte Chaberton.

Lo Chaberton rappresenta una memoria storica importantissima per la seconda guerra mondiale in Piemonte. Sulla sua sommità era piazzata la Batteria dello Chaberton che ha avuto un ruolo attivo nella guerra contro la Francia. Salgo in vetta lungo l’antica strada militare realizzata nel 1898 quando iniziarono i lavori di costruzione delle postazioni di tiro nei pressi della cima.

Piazzati i cannoni, su postazioni rialzate, rimasero inattivi per i primi anni, fino allo scoppio della prima guerra mondiale, quando, tutti i cannoni furono rimossi per essere spostati sul fronte orientale, dove il mio viaggio ha avuto inizio. Riarmato in seguito al termine della grande guerra è poi entrato effettivamente in funzione con lo scoppio delle ostilità contro la Francia, nel 1940.

In questa giornata di nebbia sono stato l’unico a salire, forse anche per l’orario. Verso le cinque e trenta ero in vetta. Salire alla sola luce del frontalino, tra la pioggia, con il cielo ogni tanto illuminato dai fulmini lontani mi ha aiutato ad immaginare cosa significasse essere lassù durante i giorni della guerra: al freddo, sotto la pioggia e isolati. Cosa non posso immaginare? La guerra e il pericolo.

Nel mio viaggio verso Torre Pellice mi trovo a cambiare quattro mezzi per raggiungerla, un viaggio infinito che mi fa arrivare più stanco rispetto alla salita ai 3000m dello Chaberton.

Lui: sguardo severo e barba bianca, restio a sorridere. Lei: sorriso buono e sguardo dolce. Una strana coppia. Sono Roberto Mantovani e Maria Rosa Fabbrini.

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Maria Rosa e Roberto.

Rappresentano il mio primo incontro qui a Torre. Roberto lo avete già sentito nominare qui sul blog, con lui si apre il mio viaggio. Sono a casa loro, un ambiente particolare dove ci si siede e si ascolta. Si ascolta la storia delle montagne e delle sue valli. Oggi a parlare è Maria Rosa, storica della cultura valdese.

Il Valdismo è un movimento pauperistico – seguivano un ideale di vita ispirato alla povertà evangelica – che nasce nel Medioevo da gente di una classe sociale che, non avendo accesso all’istruzione e non conoscendo quindi il latino, non poteva comprendere la lingua in cui era scritta la Bibbia.

“Nel 1532 la bibbia viene tradotta in francese e per la prima volta diviene accessibile a tutti”. Si può così diffondere questo movimento che ha fulcro in un frase biblica:

“Se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi”.

Vita di povertà e laicità. Questo è il fondamento della religione valdese, un movimento che rispecchia in parte quello Francescano, che nascerà di li a poco.

Dopo un primo apprezzamento verso questo nuovo culto da parte di Papa Alessandro III iniziano le prime controversie legate al lato laico della professione. Ai laici era vietato predicare ed era sconsigliata la lettura diretta della bibbia.

Nonostante queste avvisaglie di scontro il culto valdese continuò lo stesso a diffondersi e i cultisti continuarono a predicare il verbo, diffondendone il messaggio. Inizieranno così i primi problemi che riguarderanno anche la Val Pellice, con le prime persecuzioni ed il popolo valdese che si da alla clandestinità.

“C’è poi un periodo di uscita dalla clandestinità e il popolo è libero di costruire templi. In questi anni nasce la figura del pastore.” mi dice Maria Luisa. “Con i Savoia si entra nuovamente in un periodo buio per il popolo valdese, periodo che ha il suo culmine di atrocità con le ‘pasque piemontesi’. Sono state un vero e proprio massacro.” Prosegue “Con l’arrivo di Vittorio Amedeo II, che condanna gli ugonotti alla diaspora, anche i valdesi si trovano in una situazione simile, chi non viene torturato ed ammazzato finisce nelle prigioni. In ottomila, circa, vengono incarcerati. La fortuna è stato il sostegno dato da altri Paesi, come la Germania, l’Inghilterra e i Paesi Bassi, ed alla fine viene concesso ai superstiti l’esodo in Svizzera.” Alla prigionia ed al cammino attraverso il Moncenisio sopravvivono solo in duemilacinquecento.

“Le radici rimanevano però qui, a Torre Pellice, ed in molti altri paesi. Chi era sopravvissuto voleva tornare. Quando finalmente riescono a tornare scoprono che le loro terre e i loro averi erano stati venduti da Vittorio Amedeo II” Non avevano più nulla al loro rientro. Un’intera vita da ricostruire.

Passa così il tempo e i valdesi lentamente ripopolano le valli a nord del Monviso. Ma non è finita. Dopo il passaggio di Napoleone e la successiva restaurazione vengono nuovamente imposte delle restrizioni al popolo valdese: “Non potevano scendere a valle, non potevano entrare nel Regno di Sardegna” mi dice Maria Rosa. “Così l’alta montagna diventa sovrappopolata” interviene Roberto mentre la compagna lo guarda stizzita per l’interruzione.

“Verso fine ‘800, infine, Carlo Alberto concede libertà civile e politica al popolo. Finiscono le persecuzioni e i valdesi diventano da sudditi cittadini.” Roberto interviene di nuovo: “Una volta aperte le frontiere e conquistata la libertà si scappa verso verso valle. Molti vanno in sud america, altri nelle Americhe del nord”. “Come dargli torto?” penso mentre Maria Luisa e Roberto bisticciano. É divertente guardarli discutere sul giusto ordine cronologico degli eventi. Sono una bella coppia.

“Oggi qualcuno rimane in valle, ma pochi partecipano all’attività religiosa”, conclude.

Saluto Roberto e Maria Rosa per proseguire la mia visita. Sono capitato qui negli ultimi giorni del festival “Montagne di Libri” ed il paese appare stranamente vivo, come non l’avevo mai visto. La serata invece la passo in compagnia di Maurizia, che mi ospiterà per la notte, Manfredo e altri ragazzi del gruppo Treno Vivo. Un gruppo che vorrebbe riportare il trasporto su rotaia in Val Pellice.

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Salendo verso le il rifugio Barbara Lowrie.

Parto presto la mattina per andare verso la mia valle, la Valle Po. Il tempo incerto mi fa rivedere i piani. Inizialmente volevo passare in terra francese, attraverso il severo parco del Queyras e rientrare dal Buco di Viso, il primo traforo delle Alpi. Percorro invece un itinerario più breve che comincia con due ore di asfalto, per poi regalarmi la bellezza di un territorio quasi incontaminato.

Sono finalmente sulle mie montagne, quelle che conosco. Il Viso non si vede, coperto da una spessa cortina di nubi. È pomeriggio, è normale.

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Salendo al Colle della Gianna, attraverso un ambiente incontaminato.

Alle sorgenti del Po mi aspetta Carlo Benna, dell’associazione Vesulus che qui si occupa del centro visite del parco. Passo parte del pomeriggio in sua compagnia. Scambiamo quattro chiacchiere su come sia cambiata la zona rispetto agli anni passati.

La Val Po è un concentrato di storia incredibile – non lo dico solo perché è la mia valle – qui è nato il Club Alpino Italiano per volere di Quintino Sella che in occasione della scalata al Monviso ha visto la necessità di creare un gruppo che raccogliesse gli appassionati di montagna unendoli in un’unica entità. L’idea con cui Sella volle creare il CAI non fu soltanto la fondazione di un gruppo. Come recita il primo articolo dello statuto del Club:

“Il Club Alpino Italiano […] ha per iscopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale.”

Poco più a destra del Monviso si trova il Colle delle Traversette e poco più in basso si trova il Buco di Viso. Traforo alpino creato per agevolare il traffico commerciale con la Francia. Prima della sua realizzazione i commercianti passavano dal colle ed impiegavano tre giorni in più per raggiungere i mercati d’oltralpe.

Dal buco scende verso valle un sentiero chiamato “Via del Sale” di cui io ho percorso gli ultimi cento metri per arrivare a Pian del Re. Un nome non casuale. Di qui passavano le carovane del sale dirette verso Cuneo dove sorgevano le acciugaie. Cuneo, dove passerò domani, univa il pesce che arrivava dalla Liguria al sale francese, sviluppando così un’intensa attività per le acciugaie.

Infine Pian del Re, torbiera ai piedi del Monte più alto delle Alpi Cozie, è la sede di due cose uniche al mondo: la sorgente del Po, il fiume più lungo d’Italia, e la Salamandra Lanzai. Un animaletto insignificante per i più, ma che si trova solo qui in tutto il mondo. Ricordo essere uno degli incontri che più ha colpito Emanuele Biggi. Lo si può trovare qui e nelle valli limitrofe, ma rappresenta un endemismo unico rimasto dopo le grandi glaciazioni. Un endemismo da preservare meglio, magari abbassando per sempre la sbarra di accesso alle automobili.

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Il parcheggio di Pian del Re, visto dal sentiero che scende dal Colle della Gianna.

Le ultime auto iniziano a lasciare il parcheggio. È ora che anche io scenda verso valle. Dove dormo questa notte? In casa mia, nel mio letto. Non ho però il tempo di riabituarmi alla quotidianità. La mattina seguente riparto presto, prima del sorgere del sole, diretto verso la conclusione del viaggio.

Gli ultimi giorni prima della destinazione finale, Nizza, li passo sulle Alpi Marittime a S. Anna di Valdieri in un alberghetto accogliente che ho scelto di usare come “campo base” per le camminate e per gli appuntamenti.

Posati i bagagli nella camera soffocata dal caldo mi prendo una birra in compagnia dei titolari. Mi trasmettono l’atmosfera del rifugio di media montagna. Un bell’ambiente gestito da una coppia che vuole però lasciare. “Abbiamo già dato, ora tocca a qualcun altro” mi dice lui. Cinque anni qui e già non ne possono più: “Siamo tra i pochi qui a tenere aperto anche d’inverno. Lavoriamo come cavalli per quattro mesi l’anno e poi spesso ci troviamo ad aspettare invano che passi qualcuno.” Lo sguardo stanco e la voglia di finire, di andare verso valle in cerca di una vita più facile dove le valanghe non bloccano le strade e dove non si rimane chiusi in se stessi per nove lunghi mesi. “Qui in paese l’età media è di settant’anni, solo d’estate c’è vita.” Una vita che però non trovo vagando per il centro. Non fosse per le auto parcheggiate lo potrei definire “fantasma”. Qui non ci sono giornalai o tabaccai. Si incontrano solo bar con uno stile anni novanta e qualche vecchietto annoiato che si beve il suo bicchiere di vino seduto ad un tavolo di plastica.

Nel tardo pomeriggio rientro in albergo dove ho appuntamento con Nanni Villani del Parco Naturale Alpi Marittime. Onestamente non avevo molta voglia di incontrarlo. Solitamente i responsabili dei parchi cercano di vendermi le bellezze del parco ignorando gli evidenti problemi che si possono incontrare facilmente in un breve giro. Nanni però è diverso. Seduti attorno al tavolo si sbottona quasi subito: “Di lavoro sui sentieri ce n’è ancora molto da fare. Alcuni come quello di Valmiana, sono messi molto male”. Vi consiglierei di visitare il parco già per la sincerità con cui chiacchiera Nanni. Ma esistono motivazioni molto più importanti come la sua storia. Il parco nasce dall’antica riserva di caccia del Re e confina con un’area di grande importanza naturalistica: il parco francese del Mercantour, con cui quello delle Marittime collabora strettamente. “Gli animali non guardano i confini dei parchi e due aree naturali confinanti non possono che collaborare strettamente. Rimane che mettere d’accordo due stati diversi – Francia e Italia – è difficile. Si sta però lavorando bene insieme per il bene dei due parchi.”.

La mattina seguente la dedico a girare il parco. Non mi addentro nel suo cuore ma ho comunque occasione di incontrare numerosi animali lungo la mia strada. Incontri dovuti, forse, alla partenza mattutina, prima dell’alba. Quando ancora tutto dorme, anche le automobili che salgono verso monte.

Sono partito presto non tanto per poter ammirare gli animali, quanto per riuscire ad arrivare per tempo a valle ed incontrare Stefano Martini della Comunità Montana Valle Stura. “Ormai sono in pensione ma non ho perso la voglia di continuare a venire qui a fare qualcosa” mi aveva detto al telefono la prima volta in cui ci siamo sentiti. Lo incontro per parlare della situazione antropologica di queste valli. “Negli ultimi anni i giovani se ne sono andati dall’alta valle, sono rimasti solo gli anziani – mi dice -. Spesso sono stati i genitori a spingerli ad andarsene” Dopo queste parole mi sorge spontaneo sapere, oggi, in che situazione ci troviamo: “Si stanno vedendo dei cambiamenti. Non si tratta di un vero e proprio ritorno, ma dell’arrivo di stranieri in paese. Gente che arriva dalle città per ritrovare il contatto con un ambiente naturale ed un lavoro manuale.” Un fenomeno, quello del’arrivo dei cittadini che vogliono dare un svolta alla loro vita, che ho osservato in molte zone delle Alpi. Dalla Valtellina alla Valpelline. Questo non aumenta però di molto il numero degli abitanti delle borgate di alta valle, cosa che non sembra preoccupare molto Stefano: “Il numero delle persone conta, ma conta molto di più il senso di comunità. L’aiuto reciproco è fondamentale in un ambiente duro come la montagna ed in molti casi è meglio essere in pochi e collaborativi che in tanti.”

É tardi e Stefano deve rientrare. Lo saluto e lo ringrazio per la bella chiacchierata.

Dopo mi chiudo in me stesso “Domani si arriva al mare” penso. Domani finisce il mio viandare per le Alpi. Ripenso alle montagne che ho attraversato, alle diverse zone e mi accorgo che qui nel basso Piemonte, dalla Val Pellice in Giù, ci siamo accorti tardi dell’enorme patrimonio storico e naturalistico che possiedono le nostre montagne. Ce ne siamo andati, lasciando quasi disabitate le borgate e, ora che ci siamo resi conto della bellezza che avevamo dietro casa dovremo fare molta più fatica per portare il turismo sulle nostre montagne. Ma che turismo vogliamo avere qui? Vogliamo che anche quest’ultima frontiera di montagna “selvaggia” si trasformi in un parco giochi o vogliamo tutelarla rendendone accessibile la bellezza incontaminata? Questa decisione spetta a tutti i frequentatori. Siamo noi a decidere, nel modo in cui la “usiamo”, il destino delle terre alte.

É il sei di Agosto, il treno sale verso la Francia, in poco tempo arrivo a Tenda e da li inizia a scendere, lentamente. Sento un’aria di leggerezza e soddisfazione, sono passati tanti giorni dalla mia partenza. Guardo lo zaino, il mio compagno di viaggio in questi due lunghi mesi, lo guardo e divento triste: sarà difficile tornare alla quotidianità e lasciare lo zaino che per tutto il mio viaggio è stato la mia casa.

L’annuncio della stazione mi risveglia dai miei pensieri, metto per l’ultima volta lo zaino in spalla. Il treno si ferma, apro la porta e poso il piede in suolo francese. Zero metri sul livello del mare, non li toccavo da quando sono partito da Trieste, è Nizza, la mia destinazione. Faccio un rapido giro e poi penso “e ora?”. La risposta mi arriva da Paolo Rumiz “Direzione: qualsiasi, purché in salita, purché lontano dalla costa”.

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Un pensiero su “Dalla Val Pellice a Nizza, gli ultimi giorni del mio viaggio.

  1. ho letto con piacere il blog.
    E’ come se qualcuno mi avesse dato notizie di un caro amico che non vedo da tempo.
    Grazie del racconto.
    Xavier (incontrato al piccolo museo di Torre Pellice)

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