Una valle congelata nel tempo – Alla scoperta dell’incontaminata Valpelline e delle persone che mantengono attuali i mestieri di un tempo

Nicolas, Eluney e Caterina, i gestori dell'Ostello La Bastie

Nicolas, Eluney e Caterina, i gestori dell’Ostello La Batise

“Ciao!”. Così mi accoglie Eluney, all’ingresso dell’Ostello la Batise di Bionaz. Eluney è una bimba di due anni con la testa dura ed un sorriso fantastico. É la figlia di Nicolas e Caterina, i due gestori dell’ostello. Una famiglia di raminghi. “Non cerchiamo una sistemazione fissa”, mi dicono. Vorrebbero tornare in Argentina – il paese di Nicolas – ma per ora sono qui ad accogliere i clienti nell’ultimo paese della Valpelline, Bionaz.

La Valpelline è una valle anomala, qua in Valle d’Aosta: non ci sono funivie e non è arrivato il turismo di massa. È un ambiente di nicchia, poco conosciuto e – fino a poco tempo fa – poco valorizzato. Oggi, per far conoscere le bellezze della valle, è nata l’associazione NaturaValp, capitanata da Daniele.

Albergatore, gestore di rifugio, alpinista, presidente. Fa un po’ tutto, Daniele. Ma perché ho scelto di venire a conoscerlo, in questo posto dove i cellulari non prendono? Perché lui e gli altri componenti dell’associazione hanno scelto di far vivere questa valle, andando controtendenza e puntando su un turismo diverso: un turismo sostenibile. “Qui non arrivavano gli investimenti da parte della Regione. Ci dovevamo organizzare noi – gli abitanti – per riuscire a portare il turismo a Bionaz”.

Bionaz, avvolto dalla nebbia mattutina

Bionaz, avvolto dalla nebbia mattutina

Come dicevo, la Valpelline è una valle particolare. Ancora tipica, ancora intatta. Una zona che ha avuto una grande ed insospettabile fortuna: quella di aver costruito una diga. “Qui erano tutti impegnati nella costruzione della diga. Nello stesso momento, nel resto della regione, costruivano gli impianti. Terminata la costruzione era tardi per potersi adeguare alle altre valli. Questa è stata la nostra fortuna”, mi dice Daniele.

Lo saluto e inizio a salire verso i 2000m dell’alpeggio che mi hanno suggerito di visitare. Onestamente non so bene cosa aspettarmi… dalle mie parti i pastori non sono molto cordiali.

Le sapienti mani di Viktor capovolgono la fontina appena formata

Le sapienti mani di Viktor capovolgono la fontina appena formata

Qui, al mio arrivo, trovo Viktor, albanese sulla quarantina. Lo incontro mentre prepara la fontina. “Ne produciamo dodici al giorno, poi la quantità diminuisce con il passare del tempo”, mi dice. Terminato il lavoro, la prima cosa che fa è riempirmi il bicchiere. Bicchiere che poi non avrà speranze di rimanere vuoto.

Ci raggiungono alcuni suoi amici: Mario, che lavora qui con Viktor; Omar e Mauro, di un alpeggio vicino. Il primo è molto timido, non parla molto. L’esatto opposto sono i gli altri due, che iniziano da subito ad esagerare, ma in fondo sono simpatici. “Scusaci, solitamente non siamo così. È che qua parliamo solo con le mucche”.

Mauro e Omar, il bicchiere sempre pieno

Mauro e Omar, il bicchiere sempre pieno

In effetti, il lavoro del pastore in alpeggio non è affatto facile. Ci si sveglia alle quattro del mattino, tutti i giorni. Si fa la prima mungitura. Si prepara il formaggio. Dopo un lauto ed alcolico – l’ho sperimentato – pasto, ci si concede un’oretta di riposo, per poi fare una seconda tornata di latte. Si finisce verso le 23, per poi ricominciare l’indomani. Giorno dopo giorno. Qui non esistono giornate di riposo.

Mario e Viktor non lo fanno volentieri, mi dicono tra un bicchiere e l’altro. Sono qua per i soldi, ma alla fine si sono affezionati al posto. Lo si vede dai loro occhi.

Chi invece è ancora appassionato a questo lavoro nonostante l’età è Elvio, il titolare. Un passato da atleta – due volte campione italiano di sci alpinismo e vincitore del Mezzalama – con un rimpianto: “Ho lavorato molti anni a Roma, non sono uno di quelli che è rimasto sempre chiuso nella sua valle. Ma dopo un po’ mi mancava qualcosa. Volevo tornare nella mia terra e volevo vivere della mia terra.”. Una scelta difficile. Non credo vorrei e sarei in grado di vivere una vita del genere. Una vita senza pause, una vita dedicata al lavoro. Serve davvero una grande passione. Passione che sta sfumando con le generazioni, perché come la penso io la pensano molti altri ragazzi.

Mario spazzola le fontine messe a stagionare

Mario spazzola le fontine messe a stagionare

Oggi è grazie a ragazzi come Viktor e Mario – Romania – se questi lavori continuano ad esistere. “Bisogna avere fame per voler fare questi lavori. Sono loro che portano avanti la tradizione della fontina valdostana, altrimenti avremmo smesso di produrla anni fa. I ragazzi italiani non hanno voglia di fare questi lavori, si sono appollaiati sul benessere che hanno visto i genitori negli anni settanta”, mi dice Elvio prima di buttare giù uno shottino di un qualcosa che non so definire. Ricordo solo il fuoco bruciante consumare gli ultimi attimi di lucidità e il mio corpo scaldarsi.

La strada per il ritorno è stata complicata: per ogni passo dritto, quattro erano storti. Il tempo passava, e onestamente non ero sicuro di aver imboccato il giusto sentiero. Poi, ad un tratto, leggo: “Vendita e degustazione formaggi di capra”. Sono nel posto giusto. Raggiungo l’ultimo luogo da visitare con la bocca arsa e il cervello che ricomincia a trovare lucidità.

La storia di Eliana è forse la più bella della Valpelline. Partita da Torino, città in cui aveva un posto fisso, è venuta quassù ad allevare capre senza la certezza di un guadagno. “Potremmo salire e mettere su un allevamento di capre, abbiamo pensato io e mio marito dopo aver visto il prezzo del latte di capra al supermercato”. Così è nata la loro idea, per scherzo. Uno scherzo che oggi si è concretizzato in una settantina di capre, due figli, lavoro trecentosessantacinque giorni l’anno e l’intera azienda (rimasta dopo un divorzio) sulle spalle di Eliana.

Eliana impegnata nella mungitura di quelle che chiama

Eliana impegnata nella mungitura di quelle che chiama “le mie piccole”

La sua è una storia davvero bella. Una storia di ritorno, una storia di coraggio. L’ho seguita, chiacchierando, durante il lavoro di mungitura pomeridiano. Mi ha raccontato qual è stato l’aspetto più duro del suo lavoro: l’abitudine alla morte. “Quando vivi in città, la morte è una cosa lontana dalla vita. Qui, invece, fa tutto parte di un unico elemento. Ti può capitare di svegliarti la mattina e trovare un animale morto. Le prime volte ti dispiace, poi lentamente ti ci abitui. Finché tutto diventa naturale.”

Saluto infine questa bellissima valle con la voglia di ritornarci. Per scalare e per rivedere le persone conosciute. Ma anche per passare altro tempo in compagnia di Eluney, con la speranza che la gioia che quella bambina possiede e regala non cambi mai.

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