Immortalare l’essenza della Natura – Stefano Unterthiner, un fotografo e naturalista sempre alla ricerca di nuovi punti di vista…e di un lupo

“Non sono un alpinista, sono un naturalista: mi sono sempre fermato sotto i ghiacciai, la vetta per me è una cima da fotografare.”

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Io e Stefano, nella sua galleria (foto di Riccardo Cavalcante)

Pizzetto, jeans e sandali. È Stefano Unterthiner, mentre passeggia per il forte di Bard. “La traversata delle Alpi?”: così mi accoglie, quando mi vede davanti all’ingresso della sua gallery. Due grandi passioni – la natura e la fotografia – che Stefano ha saputo unire, in un mix perfetto, diventando fotografo naturalista. Stefano è da sempre promotore della sostenibilità ambientale. Vive in una delle regioni italiane con uno dei patrimoni naturalistici più ricchi dell’intero arco alpino, la Valle d’Aosta. La sua professione l’ha portato nel 2012 ad essere testimonial per un progetto di scoperta eco-sostenibile del territorio e delle riserve naturali regionali. Un progetto che definisce “ottimo sulla carta perché cerca di mostrare la Valle d’Aosta sotto un aspetto sostenibile, di mostrare quello che di unico ha veramente la Valle d’Aosta che è la natura”. Ma, come tutti i progetti ambiziosi, “la messa in pratica del progetto richiede ancora molto tempo per potersi realmente concretizzare. Soprattutto è necessario che il messaggio che il progetto vuole diffondere venga realmente applicato dai politici”.
Sempre parlando di sostenibilità ambientale in Valle d’Aosta, mi sorge spontanea una domanda sugli impianti sciistici. Segue una risposta immediata: “Direi che ne abbiamo abbastanza ed è il caso di fermarci”. Stefano si sofferma in particolare su un’area della regione, il comprensorio di Cime Bianche, il cui ingrandimento “andrebbe a rovinare l’ultimo vallone ancora intatto del Monte Rosa”. Una valle, la Val D’Ayas, che si trova al secondo posto per il turismo estivo dopo la valle di Cogne. “È una valle che non va protetta solo per i valdostani, ma per tutti. Chi fa turismo estivo qui lo fa perché è ancora intatto, è un tipo di turismo che vuole ancora una montagna integra”. I politici e gli abitanti dovrebbero capire che “la vera capacità di essere vincenti sta nel saper proteggere ciò che ancora abbiamo”.

Parlare con Stefano è piacevole, l’intervista si scrive quasi da sé: è un fiume di parole da cui però traspare la passione e la voglia di battersi per ciò in cui crede.

Parlando, arriviamo finalmente al suo regno, al luogo che l’ha visto nascere come fotografo: il Parco Nazionale del Gran Paradiso. Lo frequenta ormai da oltre 30 anni, ne conosce ogni animale. Animali che ha avuto occasione di incontrare e fotografare anche per il suo ultimo libro, “Il sentiero perduto”. Alla domanda su quale sia stato l’incontro più significativo nel parco, risponde con semplicità: “Quello che non ho fatto, il lupo”. Un animale molto difficile da incontrare sulle Alpi: “non ci sono riuscito perché in Valsavarenche sono scomparsi, in parte uccisi da automobili, in parte a fucilate fuori dal parco”. Stefano si concede infine una considerazione su come il parco sia cambiato nel corso degli anni, migliorandosi sotto molti aspetti. Ma “ci sono ancora molte cose da cambiare, perché il gran paradiso diventi un parco moderno. La figura del guardiaparco, così com’è utilizzata, è sprecata: dovrebbe essere il primo divulgatore del parco, dovrebbe essere il primo a conoscere e divulgare quello che offre il parco”. Nel parco, ma anche in molte altre aree montane, si sta poi diffondendo la moda degli endurance trail, corse di resistenza in montagna: “credo che sia un approccio un po’ superficiale alla montagna, uno specchio di questa nostra società. Capisco chi lo fa, la ricerca della sfida con sé stessi può essere entusiasmante, ma trovo che non sia così che si debba vivere la montagna, che si riesca a coglierne l’essenza. Correndo si passa accanto a tutto, senza soffermarsi su nulla”.

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