Un indesiderato strappo alla regola – Dopo un viaggio nelle tradizioni Vallesi, uno in elicottero verso Domodossola, per poi recuperare le forze ai piedi del Cervino

Da Domodossola me ne vado subito, fortunatamente. Il caldo mi infastidisce, dopo questa settimana in quota. I movimenti sono più lenti, inizio a sentire le forze scemare.

Prendo l’autobus per Macugnaga, sperando nel fresco che però non arriva. Arriva invece l’impatto con l’imponente parete est del Monte Rosa, il sogno di ogni scalatore. Ma penserò domani alla Signora, oggi sono qui per i Vallesi.

Case Walser a Macugnaga

Case Walser a Macugnaga

Prima ancora di posare lo zaino, mi reco al piccolo Museo Walser del paese. Non c’è nessun visitatore. Trovo però il bel sorriso della signora Lia, che da dietro la scrivania mi accoglie con il calore di una nonna: “Sono contenta quando vedo la gente entrare incuriosita, perché sono affezionata a questa casa”. Lia è in pensione, ma viene qui volentieri a dare una mano, per mantenere viva la storia Walser. In ogni suo giro mette tutta la sua passione e la sua poesia – a volte con azzardate frasi in rima – per raccontare quanto fosse dura la vita di questo popolo. I Walser erano estremamente religiosi: sopra ogni stanza della casa, come segno di buon auspicio, veniva incisa una croce nel legno. Il legno, un materiale che ritorna continuamente nella storia di questo popolo. Quasi tutti i loro oggetti erano in legno, persino le suole delle scarpe. “Chiodate, per non consumarle”, mi dice Lia. “Non avevano altri materiali, il legno lo prendevano dai boschi di Macugnaga. Gli oggetti dovevano durare.”

Terminata la visita “privata”, Lia mi racconta che qui non viene molta gente. “Alcuni si affacciano, ma poi se ne vanno quando vedono che si paga un biglietto”. É un vero peccato che questo museo non venga valorizzato. Trovarlo non è facile, mancano le indicazioni lungo la strada, ma è uno dei pochi luoghi in cui riscoprire i reperti della cultura Walser. È parte integrante di una tradizione che dovrebbe essere portata avanti almeno nel ricordo, se non nelle pratiche. La Storia ci insegna che non bisognerebbe mai dimenticare il proprio passato.

La parete est del Monte Rosa

La parete est del Monte Rosa

La mattina seguente mi sveglio presto, prima dell’alba. Apro la finestra sapendo che è lì, davanti a me, verticale ed imponente dietro il muro nero della notte: la parete che, nel 1783, il fondatore dell’alpinismo Horace-Bénédict de Saussure definì impossibile dopo numerosi giorni di appostamenti.

Dopo di lui, altri sono arrivati fin qui, in questo piccolo avamposto al confine svizzero del Piemonte, per cercare di salire la grande parete. Ma chi sarebbe riuscito a violarla? Come spesso accade nell’alpinismo, gli inglesi. William, Richard e Charles. Accompagnati dallo svizzero Imseng, dall’austriaco Spechtenhauser e dall’italino Oberto, tentarono la parete il 22 luglio 1872, toccando le punta Dufour dopo svariate ore di salita. È un’impresa alpinistica che mi piace particolarmente e che mi piace raccontare, perché va oltre le bandiere. Quattro nazionalità e nessuna bandiera, su quella vetta in quel giorno di luglio. Un bell’esempio, perché la montagna deve essere patrimonio di tutti, senza bandiere e senza colori.

Anni fa lessi il racconto di quella salita e ricordo ancora molti particolari. Ne ricordo invece molti meno della mia. Iniziata prima dell’alba, ricordo le forze scemare rapidamente e la camminata diventare sempre più difficile, il fiato tagliato da un semplice falsopiano. Poi sparisce tutto, solo buio con pochi sprazzi di lucidità. Ricordo la mia agitazione. L’elicottero che curva, il peso del mio corpo spostato tutto da una parte. “Domodossola è il più vicino”, dice una voce. Dal finestrino riconosco la parete, sempre più lontana, che scompare quando il Sole mi acceca. Dopo l’atterraggio, una lunga giornata di controlli. “Sei stanco, devi riposarti”, mi dicono infine. Non posso camminare, non posso salire. Devo stare fermo per alcuni giorni. Ma il viaggio è da finire, mi riposerò dopo Nizza.

Il giorno dopo mi sveglio nella mia camera. La signora del B&B mi ha spostato nella stanza di fianco alla sua, per “tenermi sotto controllo”. Sono tutti preoccupati, qui a Macugnaga. Vorrebbero mi fermassi qui un paio di giorni in più, a riposare. Parto però in tarda mattinata, dopo aver salutato e ringraziato tutti, in direzione Cervinia. Voglio essere là entro il 17 – domani – per le celebrazioni del Cervino di Carrel.

In realtà, dire “in direzione” è sbagliato. Per raggiungere Cervinia da Macugnaga mi ci vogliono dieci ore, muovendomi inizialmente nella direzione opposta, verso Milano. Da qui torno in Piemonte, a Torino, per poi iniziare finalmente a salire verso la Valle d’Aosta.

Jean Antoine Carrel (foto del Museo Guide del Cervino)

Jean Antoine Carrel (foto del Museo Guide del Cervino)

Arrivo finalmente sotto il Cervino. Ormai è sera, e al posto della piramide rocciosa trovo un muro di nuvole. “Non lo vedrò illuminato”, penso. Sono però contento di essere arrivato oggi, il giorno in cui Carrel decise di ritentare. Probabilmente, a quest’ora di 150 anni fa, lui, Bich e Gorret si preparavano al primo bivacco in parete. Anche io, come loro, mi preparo per la notte. Una notte più comoda.

Alla mattina, mi trovo di fronte all’imponenza del versante italiano. Lo guardo per un bel po’, e penso. Penso a centocinquanta anni fa. Penso a come deve essersi sentito Carrel, che provava a conquistare quella cima dal 1861, per poi vedersela soffiare da sotto il naso, ad un passo dalla fine. Ma oggi non è giornata per pensare a quel momento perché, il 17 luglio 1865, Carrel e Bich calpestarono la neve su quella vetta a lungo sognata.

La sala del Museo Guide del Cervino

Un angolo della sala del Museo Guide del Cervino

Inizio la giornata con una visita al Museo Guide del Cervino: una piccola stanza, dimessa, per quest’anno interamente dedicata alla ricorrenza. Le foto accompagnano alla scoperta del Cervino e dei suoi protagonisti. I cognomi ritornano sempre. Ritorna più di una volta il cognome Carrel, storica famiglia di guide che su questa montagna hanno messo un marchio indelebile. Due volte invece vedo scritto Barmasse: Marco ed Hervé, padre e figlio, possessori di un cognome che per sempre rimarrà legato a questa montagna. Un nome invece compare solo una volta. Qui, al contrario che nel Matterhorn Museum di Zermatt, gli è stato dedicato ampio spazio.

Walter Bonatti festeggia a Cervinia, dopo aver conquistato la vetta (foto del Museo Guide del Cervino)

Walter Bonatti festeggia a Cervinia, dopo aver conquistato la vetta (foto del Museo Guide del Cervino)

Il nome è quello di Walter Bonatti. Come dicevo si ripete una volta sola, che però ne vale cento delle altre. Ricorda la sua impresa, una solitaria direttissima ed invernale durata 5 giorni e compiuta cinquant’anni fa, sulla parete nord. Solo una ragazza francese è riuscita a superarlo: solitaria ed invernale in soli 4 giorni lungo la stessa via. “Ma con attrezzatura moderna”, dirà alla conferenza successiva alla scalata. L’impresa di Bonatti è quella che da sempre porto dentro di me, come un sogno che temo rimarrà tale. É difficile pensare di poter un giorno mettere le mani sulle stesse rocce che toccò lui.

Quello stesso pomeriggio riparto da Cervinia, con ritrovata energia. Qui, per caso, ho incontrato degli amici piemontesi saliti per la commemorazione. Mi hanno ridato la forza di continuare il viaggio, una forza che avevo perso negli ultimi giorni. Dove sto andando? Verso Courmayeur, sotto le Grand Jorasses. Qui, però, mi aspetta uno strano incontro in albergo.

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