La sfida ai ghiacci eterni – Daniele Nardi, storia di un sogno divenuto realtà

“Questa montagna voglio scalarla!”.

Daniele con l'alta bandiera dei diritti umani.

Daniele con l’Alta Bandiera dei Diritti Umani

Così un giovane Daniele Nardi, a soli 13 anni, parlava del K2, dopo aver ascoltato le parole di Achille Compagnoni e Lino Lacedelli.

Un sogno che si è tramutato in realtà alle 15.59 del 20 Luglio 2007. Una spedizione coronata dal successo, sebbene segnata da un evento tragico. Daniele ricorda come il viaggio sia stato più importante della vetta: “Un percorso fatto con degli amici, una storia non fatta solo di simpatia, intesa e momenti felici. Ci sono stati momenti difficili, di scontro tra idee diverse”. Un percorso difficile, ma che gli ha regalato grandi soddisfazioni e ricordi indelebili. “Ricordi da raccontare. Per assurdo, anche sulla discesa ho tanto da raccontare”. Infine, la vetta. “Quel condensato di emozioni, pieno di roba: odori, colori, entusiasmo, pianto. Anni di allenamento, preparazione, organizzazione, poi ti spogli di tutto e sei in vetta al K2”.

Daniele Nardi racconta così il punto più alto del suo alpinismo, il coronamento del sogno di un ragazzino che aveva iniziato a scalare sui monti Lepini, con un imbrago “chiesto in prestito” al padre ed uno spezzone di corda. Niente otto, mezzo barcaiolo, niente tecnicismi. “Per assicurarmi avvolgevo sette-otto volte la corda attorno all’anello dell’imbrago e speravo che tenesse”. Poi il corso di arrampicata, uno dei primi organizzati dal Club Alpino Italiano di Latina. L’anno dopo, senza che qualcuno se l’aspettasse, in treno verso il Monte Bianco, per provare qualcosa di più.

Un giorno, di ritorno alla Capanna Gnifetti dalla Kuffner, un incontro sul Monte Rosa. Un alpinista del frosinate, con cui scambia due parole. Si accordano per vedersi qualche tempo dopo. All’incontro, con lui, un alpinista laziale ed uno abruzzese, Roberto Delle Monache. Daniele non sa cosa aspettarsi. Giunge la proposta: il Gasherbrum. “Il mio desiderio di vetta, la mia voglia di arrivare in vetta era grande, però a 4810m la vetta si ferma”. Inizia allora a pensare all’himalaya, al Karakorum, agli 8000. Daniele non sa bene come descrivere la sensazione del trovarsi al cospetto di un 8000, la racconta con l’emozione della prima volta.

Il viaggio verso il sogno prosegue con il Cho Oyu. Qui, Daniele si avvicina allo stile alpino: “spinto dalla curiosità e dall’incoscienza, avevo capito che potevo fare un passo in più, con l’idea di testarmi fino in fondo”. Un attacco alla vetta partito dal campo 2, oltre mille metri di dislivello. “Le altre spedizioni erano salite nei giorni passati, io salivo e loro scendevano… Ad una passo dalla vetta, intorno agli 8100m, ho un principio di congelamento ai piedi. Decido di scendere, ma poi riparto subito per un secondo tentativo”. Un momento particolare di quella salita gli è rimasto: “Quando decido di scendere butto giù lo zaino, lo vedo rotolare ed inizio a piangere”.

Daniele si è ritrovato ad essere sostenitore di una campagna in difesa dei diritti umani nel mondo, YouthForHumanRight. Un incarico che porta sempre con sé in tutte le manifestazioni, da conferenziere, da scrittore e da alpinista. Si, anche come alpinista: Daniele – contrario le bandiere sulle montagne, se non per simboleggiare la pace tra i popoli – ha scelto di portarne una con sé, sulle più alte vette della Terra. Una bandiera firmata da oltre 10000 ragazzi, simbolo del rispetto dei diritti umani. “La bandiera porta un messaggio: è la possibilità, per i ragazzi, di fare con me questo viaggio di scoperta, conoscenza ed applicazione. Nel momento in cui questa bandiera raggiunge la vetta rappresenta la forza, la generosità, il coraggio di ognuno di poter e voler rispettare qualcosa che è difficile da portare avanti”. Ovviamente per Daniele portare in vetta questa bandiera è anche il metodo più facile per diffondere e far conoscere i diritti umani.

La firma della bandiera dei diritti umani segna il momento in cui si promette di rispettarli e di diffonderne il messaggio.

La firma della Bandiera dei Diritti Umani segna il momento in cui si promette di rispettarli e di diffonderne il messaggio

Ma quanti dei ragazzi che hanno firmato la bandiera si rendono conto e capiscono l’importanza dell’apporre la propria firma su quel pezzo di stoffa? Mi rispondono Daniele e i responsabili dell’associazione: il lavoro nelle scuole non si ferma alla conferenza, ma prosegue anche dopo, tramite la realizzazione di disegni e temi. Lavori che servono per dimostrare che hanno capito, o almeno cercato di capire, il significato di quei 30 diritti. “ Alcuni ragazzi proseguono il lavoro, ogni tanto mi arrivano dei lavori che hanno realizzato a casa, per conto loro”. Daniele è molto legato a questo incarico, a questa bandiera. È un simbolo che vive fino in fondo e che solo lui può capire del tutto. Per gli alunni che l’hanno firmata, significa: “Daniele porta tu per noi questi diritti più in alto che puoi”. Gli adulti, invece, con la loro firma si impegnano a far si che questi diritti vengano rispettati.

Con Daniele, ci concediamo infine una piccola divagazione su come sia cambiato l’alpinismo e l’approccio alpinistico sulle Alpi. “Si è perso un po’ il senso dell’avventura, nel passato era più semplice trovare degli spazi nuovi”. Oggi, con l’avanzamento tecnologico delle attrezzature e con il bagaglio di conoscenze accumulate nel corso degli anni grazie alle memorie dei “pionieri”, il limite massimo si è spostato oltre ciò che le Alpi possono concedere. Daniele spiega che si è dato spazio ad un’avventura protetta, in cui il rischio diminuisce ma non scompare. Come fare allora a riscoprire la vera avventura? “Abbassando le prestazioni dell’uomo, portandolo alle alte quote, dove la tecnologia e l’allenamento non si sono ancora sviluppati sufficientemente”. “Nonostante tutto questo, lo spazio sulle Alpi c’è ancora, ma è difficile trovarlo e rimane per una elite che oggi sempre più è difficile formare: quanti giovani hanno voglia di fare veramente fatica e dedicarsi all’alpinismo? Chi ha voglia di fare delle salite in certo modo, con un certo stile? Quanti invece vengono risucchiati da attività come il boulder e l’arrampicata o le gare su ghiaccio?”. Ma cosa ancora più importante sono i media: “Solo quando ci daranno l’opportunità di raccontare la montagna per quello che è – e non per quello che loro vogliono che sia – si racconterà la verità. Finché sui giornali escono solo notizie negative, oppure slogan per fare pubblicità piuttosto che per fare reale conoscenza, le persone continueranno ad associare la notizia la “montagna killer Nanga Parbat” alla passeggiata, piuttosto che alla scalata in falesia. Ed è chiaro che così si blocca sul nascere la possibilità di avvicinare nuove persone al mondo della montagna. Questa cattiva pubblicità non solo fa male all’alpinismo, ma anche a chi vive di monti, perché non permette di avvicinare una grossa massa con l’aiuto dei professionisti”.

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