Emanuele Biggi, uno sguardo alle aree protette alpine

Emanuele Biggi, 36 anni, fotografo, naturalista e conduttore televisivo. Genovese di nascita, ma soprattutto genovese nel cuore. L’ho intervistato il 17 Aprile nella sua città, in una sede a lui molto cara e che tutti conosciamo per le notizie riportate da TG e giornali lo scorso Ottobre: il Museo Civico di Storia Naturale Giacomo Doria.

Con Emanuele ho avuto il piacere di parlare delle aree protette italiane e della sua professione di fotografo: “uno strumento per raccontare la passione per la natura”, come lui stesso la definisce. Girando il mondo ha avuto occasione di incontrare e fotografare migliaia di animali, ma due sono stati gli incontri più belli. Il primo dalle mie parti, sulle Alpi Cozie: la Salamandra di Lanza, un animaletto per me quasi ovvio da incontrare lungo il cammino, essendo diffuso nelle aree intorno al Monviso; per Emanuele invece è stata l’occasione “di vedere qualcosa che solo poche persone possono vedere”, proprio a causa del suo ristretto areale. Il secondo era una Salamandra pezzata, diffusa un po’ ovunque sull’Appennino e, a basse quote, sulle Alpi. In questo caso ad essere particolare non fu tanto l’animale in sé, quanto il momento: il parto, uno degli attimi più intimi nella vita degli animali, che Emanuele racconta come un istante magico, un ricordo che si porterà dentro per sempre.

Emanuele, grazie alla sua professione, ha rapporti con molte aree protette. Ha quindi l’occasione di vederne la struttura interna, i pregi ed i difetti. Mi spiega che spesso, vivendola dall’esterno, non ci si rende conto della selva burocratica che ogni area deve affrontare. Racconta che molte di queste (in particolare si concentra su quelle dell’area alpina occidentale, che conosce meglio) hanno un grande potenziale, sia dal punto di vista della fruizione turistica che da quello divulgativo e naturalistico. Osserva però come le aree, spesso, si concentrino nel fornire al pubblico una fruibilità dal punto di vista sportivo, legato ad attività che più facilmente attirano persone e turisti che poi spendono i propri soldi nei bar e nelle altre strutture dedicate interne ai parchi. Secondo Emanuele ci vorrebbe quindi “una maggiore attenzione alla fruibilità naturalistica delle aree”. Alcune già lo fanno, altre “giocano troppo sullo sfruttamento turistico della zona”.

Il problema principale delle aree protette rimane però un altro: la raggiungibilità. Nella zona delle Alpi Marittime “si ha il problema di dove andare, come posteggiare, dove partire”. Un problema, questo, relativamente diffuso. Bisognerebbe pensare alla creazione di un “sistema di viabilità e servizio navetta interna al parco, che ti porta all’inizio dei sentieri. Così si lascia l’auto più in basso e si evita di aumentare il traffico interno”. Questi progetti di viabilità agevolata (ma soprattutto sostenibile) all’interno del parco gioverebbero anche ai comuni interni all’aerea protetta. Emanuele però non disprezza del tutto la difficoltà di raggiungimento di alcune zone, che “ha permesso di mantenere intatto un certo tipo di natura”. Ma, continua: “Non sono un conservatore estremo, le cose si salvano e preservano se si conoscono. Se precludi una zona al pubblico e gli impedisci di conoscerla, non saranno poi loro a salvartela quando ci sarà bisogno di una mano per evitare che venga distrutta”.

Infine, ci concediamo con Emanuele alcune battute sull’attuale situazione del parco Nazionale dello Stelvio, uno dei parchi nazionali più antichi in Italia e che in questo momento si trova a rischio smembramento. Lo si vuole infatti suddividere in tre aree naturali, ognuna gestita da una differente amministrazione. Emanuele mi spiega che, localmente e non ufficialmente, quello dello smembramento è un fenomeno che già sta avvenendo: esistono tre siti internet, tre numeri telefonici e, per quanto riguarda la conservazione dell’area protetta, esistono già grandi problemi dovuti alla mancanza di comunicazione tra le tre aree di competenza del parco. Biggi cerca anche di intravedere il possibile lato positivo di questo smembramento: “Non è detto che suddividendolo in tre provincie, lasciando solo il nome di Parco Nazionale, la provincia meno brava non si debba mettere d’impegno per migliorare”. Si lascia però sfuggire una critica, non poi tanto velata: “È veramente triste che lo Stato abbia deciso di avvalorare una situazione che invece era da correggere“. Prima di esprimere a proposito un’opinione e stabilire se essere o no in disaccordo, dovremmo forse porci una domanda: valutare uno dei parchi naturali più antichi ed importanti d’Italia solo in funzione del suo peso economico per lo Stato è davvero il modo migliore per decidere del suo futuro?

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