Montagna snaturata, Montagna preservata – Un viaggio tra i templi dedicati al Turismo di Misurina, Lavaredo e Dobbiaco, con una piacevole scoperta a Brunico

Il centro di Cimolais

Il centro di Cimolais

In tarda mattinata, una volta tornato al paese di Cimolais, faccio un salto al centro informazioni del Parco Dolomiti Friulane. Qui conosco Graziano, insieme al direttore e al responsabile della sentieristica del Parco. Il secondo mi conosce già: gli ha parlato di me Gianni, il guardiaparco incontrato per caso ad Erto alle sei del mattino del giorno prima.

Camminavo per la strada cercando di capire dove fosse l’imbocco del sentiero, poi un cane aveva iniziato ad abbaiare ed era uscito lui. Gli avevo allora chiesto informazioni. Non potevo capitare in luogo migliore. Gianni aveva tirato fuori una cartina – introvabile nei centri turistici della valle – e una penna e si era messo ad indicarmi la strada. “Hai acqua? Te ne do ancora un po’ che su non la trovi. E prendi anche questo”. Armato di acqua, cartina e cioccolato mi ero poi incamminato.

Al centro informazioni racconto un po’ la mia esperienza sui sentieri che salgono da Erto al Borgà. Mi spiegano che quelli sono classificati come secondari, sentieri poco frequentati e quindi con manutenzione non costante. Ecco perché, spesso, il sentiero scompariva o non era segnato. O, addirittura, non esisteva più. “Però tendenzialmente cerchiamo di avere uno standard dei sentieri, cioè di averli tutte nelle stesse condizioni”, mi dicono.

Il lago di Misurina. Sullo sfondo, il Monte Sorapiss

Il lago di Misurina. Sullo sfondo, il Monte Sorapiss

Non potendo raggiungere Misurina da Longarone, ho trascorso questa notte a Belluno. Mi ha lasciato di stucco scoprire che non esistono collegamenti diretti tra queste due località a soli 50 chilometri l’una dall’altra. Ho scelto quindi di spostarmi a sud: qui esiste un autobus diretto verso la località dolomitica.

Quando arrivo al lago, il primo impatto mi porta a pensare “Vai via!”. Non rimane infatti nulla di ciò che era questo luogo un tempo: ormai è solo un ammasso di negozi ed alberghi che si affacciano sullo splendido lago naturale. La leggenda vuole che questo sia nato dalle lacrime del Re Sorapiss, sgorgate negli ultimi istanti di vita, prima che fosse trasformato in monte per veder contenta la figlia. Figlia che vide la propria fine cadendo da quella stessa montagna che un tempo era stato suo padre.

Non solo le tre cime, ma ogni formazione rocciosa di Lavaredo lascia a bocca aperta

La cima ovest. Non solo le tre cime, ma ogni formazione rocciosa di Lavaredo lascia a bocca aperta

È tardi per salire a piedi al Rifugio Auronzo. Mi adeguo e prendo la comoda navetta. A bordo, solo io e l’autista. Iniziamo a parlare. Non è un alpinista, ma un ciclista. “Un altro bel modo di vivere la montagna”, penso. Nonostante l’esagerata massa che sale al rifugio per osservare le Tre Cime, scopro che ci sono pochissime corse al giorno che portano fin là sopra. Il motivo lo capisco all’arrivo: file interminabili di auto parcheggiate le une a fianco delle altre. Questo luogo è diventato l’alienazione della montagna e dei suoi valori. Unica nota positiva, la possibilità di far ammirare ai disabili e a chi non può camminare le Tre Cime di Lavaredo, un patrimonio unico al mondo.

L’indomani me la prendo comoda: parto in tarda mattinata da Misurina, saluto il Veneto ed entro in Alto Adige: vado verso Dobbiaco. Quando arrivo in giro vedo un sacco di gente, ogni luogo in cui ci si può sedere è occupato da gruppetti di persone, di ogni età. Più tardi, quando attraverserò il paese alla ricerca di una mappa, capirò il motivo: è domenica, e qui la domenica è tutto chiuso. La massa di turisti arrivata nel giorno di festa ha dunque iniziato a vagare come una moltitudine di anime in pena al fine di trovare un posto in cui sedersi e passare la giornata.

Veduta di Dobbiaco

Veduta di Dobbiaco

La mia giornata invece non la passo su una panchina, ma in mezzo ai boschi. Devo però ricordarmi di tornare entro le diciannove, l’orario obbligato per la cena dall’albergo. Giro nei boschi con una cartina approssimativa, che mi ero scaricato da internet, alla ricerca dei resti del vallo alpino. Non sono semplici da raggiungere, né da trovare. Non credo siano mai stati rimessi in condizione di essere visitati, se non da qualche “esploratore” appassionato di Storia come me. Nel tardo pomeriggio rientro a Dobbiaco, sporco di terra e graffiato. Mi lavo e poi mi dico “ora mi faccio una bella cena”.

La mattina seguente non mi sposto di molto, pochi chilometri verso nord. Faccio una prima tappa a Brunico. Devo visitare il Messner Mountain Museum, uno dei sei creati dal famoso alpinista. Sono prevenuto, perché temo si tratti di un’autoesaltazione del personaggio. Mi ricredo, invece, quando entro: il museo non è dedicato a lui, ma ai posti che ha visto e frequentato durante le sue numerose spedizioni. La visita diventa un modo per immergermi nella cultura alpina nepalese, indiana ed africana, cogliendone sfaccettature che ancora non conoscevo.

Predoi

Predoi

Nel primo pomeriggio invece sono a Predoi. In realtà un po’ più in alto, nella borgata di Casere, l’ultimo avamposto prima dell’Austria. Qui trovo subito alloggio, scoprendo poi che il mio albergo ha una storia antica. Nasce infatti come osteria ai tempi dei romani: dava ristoro ai commercianti che si incamminavano per attraversare i tauri, mi racconta il gestore. Nel corso dei secoli, ha poi offerto alloggio ai minatori forestieri che venivano qui per lavorare alla miniera di rame. Mi dicono esista un museo, ora, al posto della miniera, ma non sono qui per quello: ormai è diventata una mera attrazione turistica, e della storia di quel posto rimane ben poco. Sono invece qui per le montagne, le Dolomiti.

I pascoli in fiore che circondanol chiesetta del Santo Spirito

I pascoli in fiore che circondano la chiesetta del Santo Spirito

Subito dopo aver posato lo zaino mi metto in cammino, voglio trovare un punto panoramico da cui poter vedere la Vetta d’Italia. La cima più a nord d’Italia. Alla fine mi fermo pochi metri dopo la partenza, subito dopo la bella cascata che sovrasta il paese. Nei pressi della chiesetta del Santo Spirito, incontro un’anziana signora intenta a raccogliere fiori. Quando mi vede avvicinarmi si interrompe. Parla poco italiano, mi spiega che lo non lo usa da quando era bambina, durante il periodo fascista. Il padre voleva portare tutta la famiglia oltre il confine dopo l’accordo sulle opzioni in Alto Adige, ma alla fine è rimasto qui, per amore della sua terra.

Lascio la signora tranquilla, coi suoi fiori ed i suoi ricordi, e proseguo la mia camminata.

Il Parco delle Dolomiti Friulane

Il Parco delle Dolomiti Friulane

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