Dai bunker alle miniere – Mi faccio strada nel passato bellico di Valbruna ed in quello minerario di Cave del Predil

Mi sveglio in una Tarvisio nuvolosa ed esco alla ricerca di tracce della Grande Guerra. Per farlo mi devo spostare in autobus verso Valbruna. 200 anime, un piccolo paesino fatto di case quasi tutte disabitate che si rianimano solo durante i periodi delle vacanze.

Davide e Marino

Davide e Marino

Qui incontro Davide Tonazzi, un giovane appassionato della storia dei propri luoghi, in particolare della Prima Guerra Mondiale. Lo trovo in compagnia di Marino, un ex minatore della miniera di Predil (dove sarò domani) e che oggi lavora con la forestale. Mi vengono a recuperare alla fermata dell’autobus, verso l’ora di pranzo, e andiamo a mangiarci un boccone insieme. Qui scopro la natura di Marino: la battuta sempre pronta e la passione per le belle donne. Anzi, oserei dire, una grande passione per le belle donne. Il clima è disteso e piacevole, di quelli che permettono di fare amicizia in breve tempo. Si scherza e si cerca di parlare di Guerra. Appesa al muro, una foto storica: sulla destra Julius Kugy, l’apinista che più di tutti ha dato qui, sulle alpi Giulie. Ma non era solo un alpinista, Kugy: era anche un Alpenreferent (consulente alpino) dell’esercito austroungarico, in cui si arruolò volontario allo scoppio della Prima Guerra.

Uno dei bunker della Prima Guerra mondiale recuperati da Davide

Uno dei bunker della Prima Guerra mondiale recuperati da Davide

Finito il pranzo, ci spostiamo nelle zone che ospitarono quegli eventi. Zone che Davide ha risistemato, con grande impegno e passione, creando un parco del ricordo aperto a tutti. Mi racconta un evento particolare, legato ad Emilius Kugy: “Kugy era uno che arrampicava un po’ ovunque prima della Guerra, dall’Italia all’Austroungheria. In Italia arrampicava con Osvaldo Pesamosca. Ma, una volta scoppiata la Guerra, è finito tutto: uno su un fronte, l’altro sull’altro. Un giorno inviano Kugy ad accompagnare un gruppo di truppa in esplorazione e, nei pressi di una cengia, gli austriaci sentono parlare italiano. Julius fa di tutto per impedire ai suoi uomini di sparare perché sapeva che, se lì sopra c’erano degli italiani, l’unico in grado di portarli fin lì era l’amico Pesamosca”. Kugy era così: un soldato particolare, con la sua barba bianca e lo sguardo duro, ma che ha salvato delle vite qui nel tarvisiano, grazie a piccoli gesti come quello che mi ha raccontato Davide.

Il resto della giornata la passiamo ad esplorare le trincee recuperate – un lavoro fantastico – per mantenere vivo il ricordo di ciò che è stato. Arriva però il momento di salutarsi. Sarei rimasto con lui per giorni ad ascoltare le storie della guerra, ma la tabella di viaggio è serrata. Si torna a Tarvisio, per poi andare verso Cave del Predil.

Il Museo Storico Militare delle Alpi Giulie, a Cave del Predil

Il Museo Storico Militare delle Alpi Giulie, a Cave del Predil

Quando arrivo la sera a Cave, dopo sole quattro ore trascorse nel paese, penso ad una frase molto semplice per introdurre l’articolo: “Andate a Cave del Predil, visitate le miniere e poi andatevene”.

L’accoglienza che mi viene riservata non è di certo delle migliori: mi ritrovo in una casa colonica, senza coperte, senza riscaldamento e senza acqua calda. Posto per cui, per di più, mi è stato richiesto una cifra da fare invidia ai più lussuosi ostelli d’Italia.

Cave del Predil vista da Monte Re

Cave del Predil vista da Monte Re

La mattina seguente, dopo la bella salita al Monte Re, conosco Gianluca e Matteo, le due guide che mi accompagneranno alla scoperta della storia della miniera di Raibl. Il primo è giovane: ventotto anni compiuti il giorno prima, scoprirò durante il pranzo. È qui a Cave da un anno e mezzo; è salito in questo piccolo centro di duecento anime per amore di una donna. E la ama davvero, a sentire da come ne parla. Da sei mesi lavora per la miniera. Si è documentato qua e là, oltre ad aver seguito le istruzioni del suo “maestro” Matteo. Si è documentato non solo per il lavoro, ma anche per sua cultura personale. Alla fine, si è appassionato ancora di più a questo posto. Matteo, invece, arriva dalle mie parti: militare di leva a Saluzzo. Ha poi girato con il suo lavoro di fuochino – l’addetto agli esplosivi in una miniera – nelle miniere di tutto il mondo. Qui a Cave l’hanno messo a guidare il trenino che porta i visitatori nel cuore della montagna: è il Caronte di Raibil.

Gianluca, in primo piano, e Matteo, sullo sfondo. In mezzo, la signora non troppo convinta

Gianluca, in primo piano, e Matteo, sullo sfondo. In mezzo, la signora non troppo convinta

Mi passano un caschetto giallo e si entra. No, non proprio: dobbiamo aspettare che una delle visitatrici si convinca che non è necessario essere imbardati come un vero minatore, prima di proseguire. Si entra – la signora però non pare del tutto convinta – e Gianluca guida il giro, accompagnandoci fin dentro il cuore della roccia con termini semplici ed una parlata fluente.

La storia di Predil inizia con gli antichi romani: qui venivano ad estrarre il minerale rosso, un composto impuro di blenda e galena. Inizialmente si scavava solo in superficie, poi si è iniziò a scavare in profondità; ed ecco i primi problemi con l’acqua che filtrava dalla roccia, riempiendo la galleria. Per risolverli, nel diciannovesimo secolo, non avendo ancora a disposizione pompe abbastanza potenti per portare via l’acqua, decisero di scavare una galleria. Una galleria che poi fece di questa miniera un punto strategico durante la Guerra: la galleria di Bretto.

Proprio da quest’autostrada sotterranea, infatti, passavano i militari dell’esercito austro-ungherese durante la Prima Guerra Mondiale. A fare questa scelta di percorso fu il generale Otto von Bülow: i soldati non potevano passare sopra il terreno, attraverso il passo Predil, perché altrimenti sarebbero stati bersagliati dall’artiglieria pesante italiana posizionata al passo di Sella Nevea. Attraverso Bretto passarono quindi quasi cinquecentomila soldati, tra il 1915 e il 1917.

La Guardia di Finanza controlla i documenti dei minatori sloveni (foto di Michele Zanchiello)

La Guardia di Finanza controlla i documenti dei minatori sloveni (foto di Michele Zanchiello)

Procedo nella miniera seguendo Matteo e Gianluca. Ogni tanto, dove la volta si fa più bassa, bisogna piegarsi sulle gambe. Qualche goccia d’acqua mi cade addosso, c’è ne un po’ ovunque. “Oggi c’è ne poca”, dice Matteo. È al contempo facile e difficile immaginare come dovessero vivere i minatori qua sotto, otto ore al giorno. È facile perché, dopo mezz’ora, si inizia a sentire il peso dell’umidità. È difficile perché sono qui ad ascoltare un racconto, non con un martello pneumatico o una pala a caricare roccia sui carrelli. Gianluca sa rendere molto bene il racconto. È una visita molto diversa da quelle che ho fatto in altre miniere: qui si preferisce il racconto della vita e del lavoro dentro la montagna per come erano effettivamente, piuttosto che fornirne una versione romanzata.

Sala degli impiccati, così soprannominata dagli operai, nella miniera di Raibl

Sala degli impiccati, così soprannominata dagli operai, nella miniera di Raibl

Ci fermiamo di fronte ad una galleria, molto più piccola delle altre. Qui si scavava con i muli: erano loro a trascinare i carri con il materiale estratto, prima dell’avvento dell’elettricità nel 1956. Mi viene spiegato che ogni minatore aveva il suo mulo e che ognuno di questi animali trasportava una carovana formata da tre carrelli. Scopro poi l’esistenza di un minatore, di nome Andrea Zornik, che raccontava di come il suo mulo sapesse contare. Lo scoprì in un periodo in cui, lavorando a cottimo per la miniera, decise di attaccare un carrello in più al mulo rispetto ai soliti tre, per portare fuori più materiale in meno tempo. Il mulo, trasportando i carrelli, sentiva il tu-tun che questi facevano sulle rotaie: sentiva il primo e proseguiva, il secondo e proseguiva, il terzo e… si fermava. Non proseguiva oltre.

A bordo del trenino della miniera

A bordo del trenino della miniera

I muli erano inizialmente tenuti in una stalla alle pendici del Monte Re, all’aria aperta, mi dirà Gianni. Poi, quando le gallerie iniziarono ad andare in profondità, ci voleva troppo tempo per andare a prendere il mulo. Venne dunque creata un stalla per muli interna alla miniera: qui gli animali entravano da giovani, diventavano ciechi nel giro di tre mesi e, dopo anni passati al chiuso nell’oscura umidità della montagna, perdevano la vita.

Proseguiamo la nostra visita a bordo del trenino guidato da Matteo, che mi spiega che il mezzo è quello originale usato dai minatori. La fermata è in un grande anfiteatro scavato nella roccia. È in questo spazio che, ogni 4 Dicembre, si celebra la messa in miniera. Per molti anni, dopo la chiusura del complesso, la messa non è più stata celebrata qui, ma negli ultimi tempi questa tradizione è stata ripresa.

Gianni e Manuela

Gianni e Manuela

Il giorno dopo sono in compagnia di Manuela e Gianni, dell’Associazione Minatori Raibl di Cave, che mi accompagnano in una zona non ancora aperta al pubblico e mi mostrano la sede dell’associazione. “Quando facevo la guida al museo della miniera – mi dice Manuela – prima della sua chiusura, un giorno come altri, stavo raccontando la tragedia dell’ospedale crollato. Ma quella fu una visita particolare. Era un gruppo misto, con alcuni tedeschi. Avevo una traduttrice per i tedeschi e, quando introduco la vicenda, la sento dire ad una ragazza vicina a lei ‘Adesso racconta la storia di tuo nonno’… quella visitatrice era la nipote dell’unico sopravvissuto”.

La prima commemorazione della tragedia dell'ospedale di Cave

La prima commemorazione della tragedia dell’ospedale di Cave

Manuela mi racconta così la storia della più grave tragedia avvenuta qui in miniera. Era l’8 gennaio 1910 quando, verso l’ora di pranzo, l’ospedale del paese venne risucchiato nelle viscere della terra, lasciando al proprio posto un’enorme voragine. Sette persone persero la vita, una sola si salvò. Questa persona fece di tutto per mantenere vivo il ricordo dell’evento che lo segnò per tutta la vita: ogni anno, l’8 gennaio, scrisse un articolo di giornale in ricordo della catastrofe.

Armando, nella sua spartana osteria

Armando, nella sua spartana osteria

La prima impressione di Cave del Predil non era stata certo buona. Cosa dire ora, dopo averla conosciuta meglio? Andateci, visitate la miniera, fate un giro al lago e nel paese. Conoscerete gente come Armando (il gestore dell’unica osteria), Gianluca, Matteo, Manuela, Gianni e molti altri che hanno contribuito a rendere i miei due giorni un’esperienza unica. Le mele marce, purtroppo, sono un po’ ovunque e non ci si può fare nulla. Non badate a chi non vi vuole in paese, parlate invece con chi vi sorride. Ascoltate le loro storie, fate domande, incuriositevi. Non ve ne pentirete.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...