Bled e prime rinunce – Maltempo e carenza di mezzi mi costringono ad un percorso tortuoso

Una perla azzurra immersa nel verde

Una perla blu immersa nel verde

Mi godo i raggi del Sole del tramonto, che ogni tanto fa capolino fra le nuvole che oscurano il cielo di Bled. Ci sono arrivato questa mattina, verso le 10, con l’autobus da Lubiana. Quando si arriva al luogo che gli italiani chiamavano Bleda, ci si ritrova immersi in un mondo di colori. Tra tutti, il blu del lago ed il verde che lo circonda. È un posto in cui la gente si muove a piedi o in bici, questa cittadina ai piedi delle Alpi Giulie. Si preferisce un movimento lento, rispetto a quello rapido delle auto. Non a caso il comune fa parte delle Perle delle Alpi. È una perla in tutti i sensi, un luogo in cui mi fermerei per settimane. Così, per ricaricare le batterie.

Oggi ho percorso il sentiero attorno al lago, godendomi la sinfonia del canto di svariati uccelli del bosco. Magari ne avessi riconosciuto qualcuno. Mentre scrivo, delle campane annunciano le ore 19: è la chiesetta di San Martino, al centro del lago. É tempo che inizi a guardare la cartina, domani si va al Tricorno.

La chiesetta di San Martino, che sorge sulla piccola isola in mezzo al lago

La chiesetta di San Martino, che sorge sulla piccola isola in mezzo al lago

Parto dal Bled la mattina presto, con il primo autobus, in direzione del lago di Bohinj. In questa giornata vorrei riuscire ad attraversare la Valle dei Sette Laghi, nel Parco Nazionale del Tricorno, raggiungendo così Trenta, sul lato opposto. Pare siano all’incirca nove ore di camminata. Dico “pare” perché, a seconda della persona a cui chiedo informazioni, il tempo varia. E varia di molto: sono passato dalle cinque alle dodici ore, fino ad un poco incoraggiante “impossibile”.

Il panorama ripaga degli sforzi compiuti

Il panorama ripaga degli sforzi compiuti

Sceso dall’autobus, imbocco la sterrata che porta al rifugio Koka pri savici. Lascio questa strada un’ora dopo, per prendere il sentiero diretto al rifugio Koka pri traglivski jezeri. Un bel sentiero, immerso nel bosco, che pare non arrivare mai a destinazione. Per di più, dopo pochi metri dall’inizio, diventa particolarmente verticale ed impegnativo dal punto di vista fisico. Come ogni volta, nel mio cervello riecheggia la domanda “ma chi m’è l’ha fatto fare?”. Quando però – arrivato in cima – mi fermo ad ammirare il panorama, cambio idea: la fatica è stata ricompensata.

Uno dei laghi che danno il nome alla valle

Uno dei laghi che danno il nome alla valle

Lungo il sentiero incrocio qualche persona con cui scambiare due chiacchiere. Sono per lo più escursionisti impegnati in un rapido giro di tre ore, nessuno è diretto a Trenta. Altri invece tornano indietro alterati, lamentandosi: non è scritto da nessuna parte che si tratta di un sentiero attrezzato. In effetti, più in alto, ci sono delle corde fisse ed il percorso diventa relativamente esposto.

Quando ormai sono a meno di 10 minuti dal rifugio, devo rivedere i miei piani.

Il sentieto attrezzato

Il sentieto attrezzato

Il cielo, sereno fino a quel momento, si fa improvvisamente scuro e minaccioso. Inizia a piovere, cadono fulmini un po’ ovunque. Sento le mani formicolare mentre una saetta colpisce un albero a non più di dieci metri di distanza dal punto in cui sono. Il rumore è impressionante, riempie tutto e rimbomba contro le pareti della valle. Decido di tornare sui miei passi, di scendere a valle il più velocemente possibile. La discesa non è agevole come la salita: il sentiero è diventato un misto di fango e rocce che si sgretolano, ci metto un’ora in più a percorrerlo, rispetto alla salita.

Rientro a Bled, distrutto, rinunciando alla traversata verso Trenta.

Durante la sera mi metto alla ricerca di un modo alternativo per raggiungere Kobarid (Caporetto) e da lì la Val Trenta utilizzando i mezzi pubblici. Dopo aver consultato una decina di tabelle orarie, devo però rinunciare: potrei arrivare a Kobarid, ma da lì non raggiungerei il paese della sorgente dell’Isonzo, perché le poche corse esistenti sono previste solo nel weekend.

Proseguirò nel mio viaggio, saltando la Val Trenta. Il rimpianto è grosso: la Val Trenta è uno dei luoghi simbolo per l’Italia della Prima Guerra Mondiale, in quanto scenario della caduta di Caporetto. Domani rientrerò in Italia, ma non agevolmente. Potrei scendere a Kobarid, distante una trentina di chilometri dal confine; una strada esiste, ma non è percorsa da mezzi pubblici. Per tornare nel Bel Paese dovrò quindi passare da nord, dirigendomi dapprima a Jesenice, passando poi per l’austriaca Villach e giungendo infine in Italia, a Tarvisio. Quando scopro che questa è l’unica soluzione rimango stupito. Non sono però l’unico ad esserlo: anche il bigliettaio non riesce a credere al fatto che, con tante arterie di collegamento, i mezzi mi costringano ad un percorso tanto complesso, che mi farà perdere il doppio del tempo rispetto al passaggio da sud.

Che dire? Volete visitare le montagne slovene con i mezzi pubblici? Forse è il caso di ripiegare su una macchina, a meno che non vogliate passare ore a fissare una decina di tabelle orarie per riuscire a trovare la giusta combinazione, cambiando infine i vostri piani a causa della scarsezza di mezzi. Sembra strano, ma – e non lo dico solo perché sono stato ospite dell’Assessorato al Turismo – l’unico centro ben collegato è Bled. Qui infatti, già da molti anni, si è scelto di puntare sulla mobilità sostenibile. Altrove, invece, c’è ancora molto da fare.

Il parco del Tricorno

Il parco del Tricorno

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