Zone di guerra, terre di contrasti – Ripercorrendo i sentieri della Storia, da Trieste a Lubiana

Aveva ragione Umberto Saba: “Trieste ha una scontrosa / grazia. Se piace, / è come un ragazzaccio aspro e vorace, / con gli occhi azzurri e non troppo grandi / per regalare un fiore; / come un amore / con gelosia” (Trieste, Umberto Saba).

In effetti Trieste, con il suo porto, è una città rude. Ma non in senso dispregiativo. È rude perché è semplice, come la sua gente.

Ci sono poche persone in giro, in questa mattinata plumbea; le nuvole sul mare sembrano quasi schiacciarti con il proprio peso e dai monti arrivano colori scuri, poco rassicuranti. Dal lungomare osservo una nave porta-container che si è fermata. Aspetta di poter entrare in porto. Un po’ come me, che staziono in attesa di poter chiedere informazioni sulla Val Rosandra all’ufficio turistico.

Raccolte le informazioni necessarie, decido di voler visitare il centro informazioni della riserva. Pare in disuso da anni. Porte sbarrate e vetri sporchi arricchiscono lo scenario di generale degrado. “Meglio iniziare a camminare”, penso, e inizio a muovermi alla ricerca del sentiero che porta nella vallata. Mancano però le indicazioni. Vengo salvato dall’arrivo di un signore sulla settantina. “Val Rosandra?”, mi dice indicando la cartina che tengo in mano. Annuisco e lui inizia a raccontarmi la storia di quel luogo, dalla via del sale ai tredici mulini, fino alla ferrovia Trieste-Erpelle. Infine mi indica l’imbocco del sentiero.

Osservando, lungo la pista ciclabile, la galleria della ex ferrovia Trieste-Erpelle

Osservando, lungo la pista ciclabile, la galleria della ex ferrovia Trieste-Erpelle

Dopo mezz’ora sull’asfalto, finalmente incontro lo sterrato. Gli scarponi sono ora contenti. Le pareti sono scavate e modellate dall’erosione dell’acqua. Mi mettono voglia di scalare, ma questo è un luogo in cui bisogna avere rispetto per il verticale: la Val Rosandra è il regno di Emilio Comici. So che qui – da qualche parte – c’è un cippo a lui dedicato, ma non so di preciso dove si trovi. Spero sia su una bella parete, in ricordo delle imprese di quest’uomo scomparso sulle dolomiti a soli quarant’anni.

Mi inoltro sempre più nel parco, attraverso il torrente. Incontro i resti dei mulini a cui qualche ora fa aveva accennato il signore, e di cui si vedono ancora i canali di afflusso dell’acqua. Salendo, arrivo nella frazione di Bottazzo. Ormai non manca molto al confine sloveno. É qui che conosco Fabio e Laila, che insieme gestiscono un’osteria. Una di quelle spartane, come piacciono a me. Bottazzo è una borgata di poche anime, quasi completamente disabitata. Anche i signori dell’osteria vorrebbero andarsene. Hanno anche messo un cartello vendesi sulla porta, ma per ora “solo curiosi”, mi dicono.

Laila è la più aperta dei due, anche se non vuole farsi fotografare. Arriva da un passato come controllore doganale al confine sloveno. Ha iniziato a scoprire la val Rosandra da giovane, grazie alla sua passione per l’alpinismo: “quando c’erano le spedizioni di punta non mi facevano partecipare, dicevano che ero una donna pericolosa”. Fabio, invece, è cresciuto in un’osteria. La stessa che adesso vuole vendere, che appartiene alla sua famiglia da oltre cent’anni. “Ormai sono vecchio per fare i lavori e per gestire il locale, vorrei che se la prendesse qualcuno giovane e volenteroso”.

Fabio, gestore dell'osteria di Bottazzo

Fabio, gestore dell’osteria di Bottazzo

Mi piace il posto e mi piacciono loro. Laila, sigaretta sempre in bocca, mi rivela un altro dei motivi della vendita: “qui siamo lasciati a noi stessi, non possiamo avere sovvenzioni per mantenere l’attività e la gente è sempre di meno”. “Ormai viviamo alla giornata” la interrompe Fabio. Lei prosegue, con un gesto di stizza per essere stata interrotta: “Quando proviamo a fare qualcosa per incentivare il mercato, ci sembra di essere presi in giro, perché ci troviamo a dover fare lavori che non spettano a noi: qui non vengono a togliere la neve e non tagliano l’erba lungo la strada che porta al parcheggio”. A quanto pare, è una cosa che va avanti da molti anni: “Io e mio padre andavamo a pulire la strada, per otto chilometri, con la carriola, il falcetto ed il rastrello”, mi dice Fabio.

Stando alle loro parole, sembra che stia aumentando il vandalismo nella valle. Di ciò, in realtà, ho le prove in prima persona: ben pochi cartelli informativi che ho incontrato non erano ricoperti di scritte o addirittura staccati e buttati a terra. Perché? Sarò bigotto io, ma non trovo un senso a un’azione del genere. Proprio qui, per di più, dove nasce l’alpinismo triestino. L’alpinismo di Comici, puro e lineare. L’alpinismo dell’epoca del sesto grado. Proprio qui, bisognerebbe avere più rispetto. Chiedo se qui si arrampica ancora. Mi risponde la donna: “Poco. Ormai i giovani non frequentano più la valle, preferiscono le palestre di roccia dove non si deve camminare. Non hanno voglia di fare uno sforzo in più: loro vogliono scalare, mica camminare”.

L'omaggio ai camerati caduti

L’omaggio ai camerati caduti

Salutato il mare, che rivedrò tra due mesi dal lato opposto dell’Italia, parto verso un luogo che mi ha sempre messo una profonda tristezza: il sacrario militare di Redipuglia. Quando arrivo in paese, il cielo è scuro e scarica pioggia incessantemente. Poi, improvvisamente, uno squarcio tra le nubi illumina le gradinate. Sono tutti li, in formazione, ora e per sempre sull’attenti. A guidarli, il duca d’Aosta. Mi avvicino con calma alle gradinate. Sono solo. Oggi non c’è nessuno, a parte qualche uccellino che ogni tanto si posa su qualche gradone e cinguetta un paio di volte, prima di riprendere il volo. Sui gradoni, per onorare i caduti riconosciuti secondo quello che era il rito d’appello dello squadrismo, campeggia la scritta presente: era questa la risposta che la massa inginocchiata di soldati gridava, quando il capo urlava il nome del camerata morto. Tutto il sacrario è in linea con il modello fascista. Non poteva che essere così, visto l’anno di costruzione. 1938, giusto un anno prima che scoppiasse la Seconda Guerra Mondiale. Sembra quasi una presa in giro.

Nel pomeriggio proseguo il mio viaggio, andando verso il confine. Speravo di poter arrivare nella Berlino italiana, Gorizia, utilizzando il treno. Scopro però che, a Redipuglia, i treni non partono e non arrivano più da molto tempo: la stazione è ormai destinata solamente al transito merci. Allora via, si va in autobus.

Gorizia è una città sfortunata. È un paese che ha vissuto in prima persona sia la Prima che la Seconda Guerra Mondiale, per poi trovarsi blindata durante la guerra fredda.

Ci penso mentre cammino verso il confine sloveno. Qui lo si può attraversare a piedi, arrivando nella città gemella di Gorizia, Nova Gorica. Percorro un viale alberato e penso a come doveva essere vivere lì fino ai primi anni 90, con il nemico ad un tiro di schioppo. Mi domando come doveva essere abitare una città murata come Berlino. Qui la situazione era più tranquilla rispetto alla capitale tedesca, mi dicono, ma un muro ha diviso due mondi per oltre dieci anni. Un muro che passava proprio nella piazza di fronte alla stazione. Dopo la riunificazione l’hanno chiamata Evropskitrg – piazza Europa – per celebrare l’unione e la comunanza tra i popoli. Ma qui, se chiedi indicazioni per piazza Europa, ti guardano con fare interrogativo. “Piazza della transalpina?!”.

Dal socialismo al cristianesimo

Dal socialismo al cristianesimo

Mi fermo sulla linea che divideva l’est dall’ovest e guardo la stazione. “Cerchi la stella?”, mi chiede un ragazzo in un italiano incerto. É il responsabile del piccolo museo dedicato alla storia del muro di Gorizia. Una stanza – nulla di più – con cimeli, divise e foto che ricordano il periodo della separazione. Qui dentro si trova anche un’enorme stella. Mi chiedo, senza trovare risposta, come l’abbiano fatta entrare. Scopro che, negli anni della guerra fredda, sulla stazione di Nova Gorica capeggiava una stella rossa accompagnata dalla scritta “Migradimo socializem”. Noi costruiamo il socialismo. Dopo la caduta dell’unione sovietica, nel 1991, il simbolo del potere socialista divenne simbolo del Natale. In questo periodo, infatti, veniva adornata a mo’ di stella cometa.

Getto un ultimo sguardo alle foto che immortalano il contrasto vissuto da questa terra. Non posso però soffermarmi a lungo: bisogna rimettersi in viaggio, Lubiana mi attende.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...