Cosa rimane della montagna di una volta

L’uomo indica la propria testa. “La sicurezza maggiore sta qui dentro. Non sta né nei muscoli, né nella tecnologia. È inutile improvvisarsi alpinisti, la montagna va imparata.”

Cosa rimane della montagna di una volta? A rispondermi è Roberto Mantovani, alpinista e storico della montagna. È nato e ha trascorso parte dell’infanzia in Val Pellice, e da una decina d’anni è tornato alla terra d’origine. La sua è una valle che toccherò verso la fine del mio viaggio.

“Rimane ben poco della civiltà tradizionale di un tempo. Sono molti quelli che prendono la strada che porta verso valle, e quelli che rimangono hanno abbracciato una cultura diversa da quella valliva di un tempo. Alcuni di questi ultimi sono fisicamente presenti in montagna, ma hanno adottato uno stile di vita che è quello della pianura”. Ma ad essere quasi scomparsa è soprattutto la visione del montanaro. “Quando noi guardiamo una valle o un bosco, siamo convinti che sia opera della natura. Ma in realtà, quell’ambiente che ci appare tanto naturale, è stato modellato dall’uomo fino alla base dei ghiaioni o dei ghiacciai. È stato un lavoro ben fatto, in simbiosi con la natura, ecco perché ci appare così naturale”. È quando ti vengono fatti notare questi particolari che ti rendi conto di quanto un montanaro veda la montagna con occhi molto diversi dai turisti della montagna: “dove noi vediamo un laghetto in cui fare il bagno e tuffarci, loro vedono una riserva idrica. Identificano nel bosco una zona in cui possono trovare legna da ardere, materiale da costruzione o anche una fonte alimentare. La società dei montanari era una società autosufficiente, che sapeva leggere nel terreno le tracce utili nella vita quotidiana”.

La montagna. Quel territorio che, da oltre centocinquanta anni, il CAI si è impegnato a proteggere e tutelare. “Negli anni di Quintino Sella, lo statuto del CAI promuoveva la conoscenza e la salvaguardia dell’ambiente montano. Sullo sfondo, si sentiva ancora l’idea che la montagna andasse protetta e fatta sviluppare nel giusto modo, anche se i membri erano borghesi cittadini. Con gli anni ottanta del novecento si perde completamente questa visione, e la montagna diviene terreno di una frequentazione mordi e fuggi. Diventa lo sfondo su cui compiere le grandi imprese”. Un approccio alla montagna che sempre più assume lo spirito di chi si prepara a trascorrere una giornata al lunapark. “Da molti la montagna è vista come un ambiente sempre più facile in cui, grazie all’evoluzione dei mezzi ed all’evoluzione dell’attività sportiva, le difficoltà si abbassano. Così si rischia che il fianco di una valle diventi semplicemente un supporto per fare attività sportiva e si perda quell’idea di mistero, di montagna selvaggia”.

Ma la montagna è anche il luogo in cui si sale verso l’alto, verso l’ultimo luogo raggiungibile con le proprie forze: le vette. Le alte quote sono il regno dell’alpinismo. Un alpinismo che “è cambiato, e oggi in molti casi è diventato semplicemente attività sportiva. Fino agli anni settanta c’era un approccio diverso: l’alpinismo era un modo di abbracciare una contro-cultura verso un ambiente diverso da quello cittadino. Evolvendosi è andato verso la trasformazione dell’ambiente montano nel parco giochi della metropoli in cui si va, si fa e si torna a casa”. Un termine che ho sentito usare da molti alpinisti, parco giochi. Un termine che Roberto mi dice nascere con Leslie Stephen nell’ottocento, che inizia ad usare la parola playground per raccontare l’alpinismo come attività culturale e non agonistica. Gli inglesi hanno scoperto l’alta montagna, quella che non veniva mai frequentata dai pastori se non saltuariamente per la caccia, e si sono trovati davanti ad un enorme terreno di gioco che ripercorre tutte le Alpi. È così che iniziano a salire le prime pareti, con un desiderio di scoperta. “L’alpinismo italiano invece fin dagli inizi si è configurato in modo diverso: è stata un’operazione patriottico-risorgimentale utilizzata anche per definire il confine nazionale, promossa e attuata da Quintino Sella, il quale vedeva il piantare una bandiera sulla cima di una montagna come il riappropriarsi di un confine. Fino agli anni sessanta dell’ottocento le montagne erano ancora un terreno indistinto, a parte per chi le abitava. Per gli altri era difficile capire a chi appartenessero“.

Le alte quote sono però anche il luogo in cui bisogna badare a ciò che si fa e a come lo si fa. “Oggi si è diffusa l’idea che tutto sia facile, che solo gli stupidi si facciano male. Ma bisogna distinguere vari casi: un conto è se si arrampica in falesia, un altro se si va oltre i 3000 m. Se vogliamo davvero aumentare il livello di sicurezza in montagna dobbiamo lavorare sulla cultura, dobbiamo re-insegnare il significato della rinuncia. Bisogna soprattutto rompere con il concetto folle di produttività per cui la domenica, unico giorno libero, qualsiasi siano le condizioni, si deve andare.”

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