La terra trema, la terra frana – tra le tragedie del Friuli e del Veneto, da Pinzano a Longarone

Venzone. Mattina. Piove. Mi incammino lungo la strada che porta in paese. Le auto mi sfrecciano accanto, incuranti della mia presenza.

Il centro di Venzone, sotto fitta cortina di pioggia, osservato dalla desertica stazione

Il centro di Venzone, sotto fitta cortina di pioggia, osservato dalla desertica stazione

Sono qui per le mummie: reperti unici nel loro genere, ma purtroppo non conosciuti; e, come ho potuto osservare, non molto valorizzati. Sotto la pioggia, mi faccio strada fino alla cappelletta che le conserva, vicino al Duomo. Sembra di camminare in un borgo con millenni di storia ma, in realtà, questi edifici non hanno più di una quarantina d’anni. Il paese era stato raso al suolo dal devastante terremoto del Friuli, per poi essere ricostruito uguale a prima. Purtroppo non potrò vedere le mummie, è tutto chiuso. Cerco allora l’ufficio turistico, che scopro essere aperto solo due giorni a settimana per un paio di ore. E, secondo voi, io sono capitato in uno di questi due giorni? Sconsolato e bagnato m’incammino, sotto le nuvole cariche di pioggia, verso la stazione dei treni. Non riesco a spiegarmi come reperti di tale importanza possano essere così poco considerati e mantenuti inaccessibili al pubblico. Chissà cos’avrebbe fatto Napoleone, se avesse trovato chiuso quando venne a visitarle. In stazione leggo con piacere che il primo treno utile partirà da lì a due ore. Inizio allora un lungo giro alla ricerca di un bar. Nulla. La stazione pare abbandonata da anni, non c’è neppure una macchinetta per fare i biglietti. Arrivo a Pinzano che ormai è già passata l’ora di pranzo. Per raggiungerlo sono passato da San Daniele. Al piccolo paese sul Tagliamento vengo accolto da Raffaele, il vicesindaco. Un uomo bassino con gli occhiali ed un carattere elettrico. Vengo immediatamente sommerso di parole, ha una parlantina veloce e fitta di informazioni. Mentre mi parla continua a muoversi. Il suo sorriso spontaneo mi mette subito allegria, però vorrei che si fermasse per un istante.

Remigio osserva dall'alto il Tagliamento

Remigio osserva dall’alto il Tagliamento

“Stavo uscendo per andare a bere una birra con gli amici, mio padre quando mi ha visto con la giacca e le chiavi mi ha detto ‘certo che a te il terremoto non ti prende’. Era così, una battuta che mi faceva ogni tanto perché a casa non c’ero mai”. Questo è l’inizio della fine per Remigio, in quella sera del 6 maggio 1976 che tutti i friulani dai quarant’anni in su hanno ben impressa nella loro mente. Remigio è il mio Cicerone qui a Pinzano: è un uomo di mondo, ha lavorato un po’ ovunque e si è fatto la sua gavetta, prima di raggiungere i suoi obiettivi. La folta barba bianca e la stazza notevole lo fanno sembrare un vecchio burbero ma, dentro è un bambinone, con tanta voglia di vivere e scoprire ancora il mondo attorno a sé. Ci incamminiamo lungo le vie del paese. Le case sembrano vecchie di cento anni, ma qui nulla ha più di quarant’anni. A parte il campanile. “Quello ha retto”, mi dice Remigio.

Il sacrario militare di Pinzano, ricoperto da una folta vegetazione

Il sacrario militare di Pinzano, ricoperto da una folta vegetazione

“Siamo estremamente orgogliosi della medaglia d’oro che ci ha dato lo Stato italiano” mi dice, con gli occhi sempre più lucidi. Poi mi guarda e dice una frase che non ho mai sentito dire a nessuno, prima di lui: “Chiedi a tuo padre… chiedigli se è stato contento di pagare la tassa per aiutare noi friulani. Io lo so che sicuramente avrà bestemmiato come tanti, ma io li invito tutti qui a vedere cosa abbiamo fatto, con quei soldi”. “Ricordo con affetto il periodo della ricostruzione. – mi dice mentre andiamo verso il sacrario militare – Lo Stato diede la possibilità di aprire un mutuo praticamente a fondo perduto per le cifre che ci venivano chieste”.

Uno dei bunker della Guerra Fredda

Uno dei bunker della Guerra Fredda

Il sacrario militare di Pinzano è un luogo strano. Doveva essere il luogo in cui onorare i caduti della Prima Guerra Mondiale ma, alla fine, dopo l’armistizio, è diventata base di soldati cosacchi. Oggi è tutto ricoperto da una vegetazione che dona al luogo un’aura di antichità. Sui muri, i segni del terremoto: alcuni dei blocchi sono fuori posto. Pinzano è un paese in cui la Storia è ovunque: basta camminare per strada e, se si scruta in direzione dei boschi che circondano il paese, si notano casematte e fori di tiro, sia della Seconda Guerra Mondiale che della Guerra Fredda. Con Remigio ci allontaniamo dal centro, percorrendo in direzione opposta la statale che porta al borgo. Passiamo una breve galleria scavata nella roccia. Ci sono due porte di ferro ai lati: le usavano i tedeschi per chiudere gli accessi al paese, quando dal bunker che dava sul Tagliamento li avvisavano di un pericolo.

La più

La più “cresciutella” delle vedette di Cia Ronc

Svoltiamo a sinistra, in una stradina secondaria, ed iniziamo a salire per boschi e prati da fieno. Ad un certo punto, una casa. “Loro sono le ultime vedette”, dice Remigio indicandola. Siamo a Cia Ronc, una frazione abitata fin dal 1960 da due sole persone, madre e figlio. Ci accolgono con grande entusiasmo, contenti di vedere qualcuno, anche se forestiero. Lei, 92 anni e uno scialle che le avvolge la testa, mi fissa incuriosita dalla sedia per tutto il tempo. Questa sera dormo da Daniela e Salvino a Sequals, nel paese di Primo Carnera. Sono il loro primo cliente, hanno aperto da poco. Sono incuriositi da me, dalla mia storia e dal mio viaggio. Passiamo la serata davanti ad un buon prosecco, poi ci salutiamo: sono stanco e domani e mi attendono svariate ore di autobus per arrivare a Longarone. “Mandi”, mi dicono. Significa “Nelle mani del signore”, in ladino.

Il muro della diga del Vajont, monito (purtroppo spesso ignorato) per le generazioni future

Il muro della diga del Vajont, monito (purtroppo spesso ignorato) per le generazioni future

Arrivo a Longarone in tarda mattinata. Un bel cielo azzurro mi accoglie e, quando volto la testa e scruto fuori dal finestrino, eccola lì. La visione è impressionante. Enorme e grigio, si staglia nel mezzo della valle il muro in cemento della diga del Vajont. “Rimane a testimonianza dell’idiozia degli uomini”, mi ha detto Gervasia Mazzucco, una delle superstiti di quell’indescrivibile sciagura. “La mattina dopo c’era un silenzio enorme, sentivi solo qualche sasso rotolare. Ricordo un gruppo di uomini che guardavano verso la montagna, senza parole”. Così Gervasia  ricorda la mattina del 10 ottobre 1963. La tragedia, però, ha avuto luogo la sera prima. “Tu sei dentro al rumore, non si può far capire. È una cosa inumana, che ti paralizza. Ricordo che non riuscivo a muovermi, ero paralizzata da quel suono”.

Gervasia Mazzucco, una dei sopravvissuti alla tragedia del Vajont

Gervasia Mazzucco, una dei sopravvissuti alla tragedia del Vajont

Dopo poco ci raggiunge Renato Migotti, architetto di Longarone. Aveva 16 anni, nel 1963. Mi racconta brevemente cosa gli è accaduto, ma non ne parla volentieri. “Non ho mai raccontato la mia esperienza, nemmeno in famiglia, perché mi emoziona, mi mette in tensione”. Renato è il presidente dell’associazione che raccoglie i sopravvissuti al disastro del Vajont. Un’associazione nata inizialmente per l’esigenza di chi aveva vissuto quel momento di sentirsi uniti in un gruppo, un gruppo con cui potersi confidare. Poi questo gruppo ha cominciato ad organizzare eventi per ricordare e diffondere la propria storia. La storia di un lavoro “all’italiana”.

Renato Migotti, presidente dell'Associazione Superstiti del Vajont

Renato Migotti, presidente dell’Associazione Superstiti del Vajont

Sono stato in questa zona di leggende e tragedie due giorni. Quando me ne sono andato ero ormai cambiato dentro. Ho avuto difficoltà ad assorbire l’impatto con questa realtà perennemente presente nella zona, ovunque ci si trovi. Quando si è a Longarone si ha la diga di fronte, quando si va a Erto e Casso invece si ha una vista forse ancor peggiore: la frana. Ho volutamente scelto di non visitare musei sul Vajont, ma di cercare le testimonianze di chi l’ha vissuto. La cronaca dei fatti la si può ritrovare nei libri di storia, ma il racconto delle sensazioni e delle emozioni dei sopravvissuti – di cui qua riporto solo alcuni stralci – ha tutto un altro impatto.

Ciò che resta della montagna dopo la frana è ancora più impressionante del muro della diga

Ciò che resta della montagna dopo la frana è ancora più impressionante del muro della diga

Il Vajont è fatto di persone. Persone che hanno sofferto e che, purtroppo, continuano a soffrire. Il Vajont è fatto di illegalità, di soprusi, di mafia. Il Vajont dovrebbe insegnare. Dovrebbe insegnare il peso delle decisioni, il peso della responsabilità. Ma in realtà, come spesso accade in Italia, per ora ha insegnato ben poco.

Annunci

Dai bunker alle miniere – Mi faccio strada nel passato bellico di Valbruna ed in quello minerario di Cave del Predil

Mi sveglio in una Tarvisio nuvolosa ed esco alla ricerca di tracce della Grande Guerra. Per farlo mi devo spostare in autobus verso Valbruna. 200 anime, un piccolo paesino fatto di case quasi tutte disabitate che si rianimano solo durante i periodi delle vacanze.

Davide e Marino

Davide e Marino

Qui incontro Davide Tonazzi, un giovane appassionato della storia dei propri luoghi, in particolare della Prima Guerra Mondiale. Lo trovo in compagnia di Marino, un ex minatore della miniera di Predil (dove sarò domani) e che oggi lavora con la forestale. Mi vengono a recuperare alla fermata dell’autobus, verso l’ora di pranzo, e andiamo a mangiarci un boccone insieme. Qui scopro la natura di Marino: la battuta sempre pronta e la passione per le belle donne. Anzi, oserei dire, una grande passione per le belle donne. Il clima è disteso e piacevole, di quelli che permettono di fare amicizia in breve tempo. Si scherza e si cerca di parlare di Guerra. Appesa al muro, una foto storica: sulla destra Julius Kugy, l’apinista che più di tutti ha dato qui, sulle alpi Giulie. Ma non era solo un alpinista, Kugy: era anche un Alpenreferent (consulente alpino) dell’esercito austroungarico, in cui si arruolò volontario allo scoppio della Prima Guerra.

Uno dei bunker della Prima Guerra mondiale recuperati da Davide

Uno dei bunker della Prima Guerra mondiale recuperati da Davide

Finito il pranzo, ci spostiamo nelle zone che ospitarono quegli eventi. Zone che Davide ha risistemato, con grande impegno e passione, creando un parco del ricordo aperto a tutti. Mi racconta un evento particolare, legato ad Emilius Kugy: “Kugy era uno che arrampicava un po’ ovunque prima della Guerra, dall’Italia all’Austroungheria. In Italia arrampicava con Osvaldo Pesamosca. Ma, una volta scoppiata la Guerra, è finito tutto: uno su un fronte, l’altro sull’altro. Un giorno inviano Kugy ad accompagnare un gruppo di truppa in esplorazione e, nei pressi di una cengia, gli austriaci sentono parlare italiano. Julius fa di tutto per impedire ai suoi uomini di sparare perché sapeva che, se lì sopra c’erano degli italiani, l’unico in grado di portarli fin lì era l’amico Pesamosca”. Kugy era così: un soldato particolare, con la sua barba bianca e lo sguardo duro, ma che ha salvato delle vite qui nel tarvisiano, grazie a piccoli gesti come quello che mi ha raccontato Davide.

Il resto della giornata la passiamo ad esplorare le trincee recuperate – un lavoro fantastico – per mantenere vivo il ricordo di ciò che è stato. Arriva però il momento di salutarsi. Sarei rimasto con lui per giorni ad ascoltare le storie della guerra, ma la tabella di viaggio è serrata. Si torna a Tarvisio, per poi andare verso Cave del Predil.

Il Museo Storico Militare delle Alpi Giulie, a Cave del Predil

Il Museo Storico Militare delle Alpi Giulie, a Cave del Predil

Quando arrivo la sera a Cave, dopo sole quattro ore trascorse nel paese, penso ad una frase molto semplice per introdurre l’articolo: “Andate a Cave del Predil, visitate le miniere e poi andatevene”.

L’accoglienza che mi viene riservata non è di certo delle migliori: mi ritrovo in una casa colonica, senza coperte, senza riscaldamento e senza acqua calda. Posto per cui, per di più, mi è stato richiesto una cifra da fare invidia ai più lussuosi ostelli d’Italia.

Cave del Predil vista da Monte Re

Cave del Predil vista da Monte Re

La mattina seguente, dopo la bella salita al Monte Re, conosco Gianluca e Matteo, le due guide che mi accompagneranno alla scoperta della storia della miniera di Raibl. Il primo è giovane: ventotto anni compiuti il giorno prima, scoprirò durante il pranzo. È qui a Cave da un anno e mezzo; è salito in questo piccolo centro di duecento anime per amore di una donna. E la ama davvero, a sentire da come ne parla. Da sei mesi lavora per la miniera. Si è documentato qua e là, oltre ad aver seguito le istruzioni del suo “maestro” Matteo. Si è documentato non solo per il lavoro, ma anche per sua cultura personale. Alla fine, si è appassionato ancora di più a questo posto. Matteo, invece, arriva dalle mie parti: militare di leva a Saluzzo. Ha poi girato con il suo lavoro di fuochino – l’addetto agli esplosivi in una miniera – nelle miniere di tutto il mondo. Qui a Cave l’hanno messo a guidare il trenino che porta i visitatori nel cuore della montagna: è il Caronte di Raibil.

Gianluca, in primo piano, e Matteo, sullo sfondo. In mezzo, la signora non troppo convinta

Gianluca, in primo piano, e Matteo, sullo sfondo. In mezzo, la signora non troppo convinta

Mi passano un caschetto giallo e si entra. No, non proprio: dobbiamo aspettare che una delle visitatrici si convinca che non è necessario essere imbardati come un vero minatore, prima di proseguire. Si entra – la signora però non pare del tutto convinta – e Gianluca guida il giro, accompagnandoci fin dentro il cuore della roccia con termini semplici ed una parlata fluente.

La storia di Predil inizia con gli antichi romani: qui venivano ad estrarre il minerale rosso, un composto impuro di blenda e galena. Inizialmente si scavava solo in superficie, poi si è iniziò a scavare in profondità; ed ecco i primi problemi con l’acqua che filtrava dalla roccia, riempiendo la galleria. Per risolverli, nel diciannovesimo secolo, non avendo ancora a disposizione pompe abbastanza potenti per portare via l’acqua, decisero di scavare una galleria. Una galleria che poi fece di questa miniera un punto strategico durante la Guerra: la galleria di Bretto.

Proprio da quest’autostrada sotterranea, infatti, passavano i militari dell’esercito austro-ungherese durante la Prima Guerra Mondiale. A fare questa scelta di percorso fu il generale Otto von Bülow: i soldati non potevano passare sopra il terreno, attraverso il passo Predil, perché altrimenti sarebbero stati bersagliati dall’artiglieria pesante italiana posizionata al passo di Sella Nevea. Attraverso Bretto passarono quindi quasi cinquecentomila soldati, tra il 1915 e il 1917.

La Guardia di Finanza controlla i documenti dei minatori sloveni (foto di Michele Zanchiello)

La Guardia di Finanza controlla i documenti dei minatori sloveni (foto di Michele Zanchiello)

Procedo nella miniera seguendo Matteo e Gianluca. Ogni tanto, dove la volta si fa più bassa, bisogna piegarsi sulle gambe. Qualche goccia d’acqua mi cade addosso, c’è ne un po’ ovunque. “Oggi c’è ne poca”, dice Matteo. È al contempo facile e difficile immaginare come dovessero vivere i minatori qua sotto, otto ore al giorno. È facile perché, dopo mezz’ora, si inizia a sentire il peso dell’umidità. È difficile perché sono qui ad ascoltare un racconto, non con un martello pneumatico o una pala a caricare roccia sui carrelli. Gianluca sa rendere molto bene il racconto. È una visita molto diversa da quelle che ho fatto in altre miniere: qui si preferisce il racconto della vita e del lavoro dentro la montagna per come erano effettivamente, piuttosto che fornirne una versione romanzata.

Sala degli impiccati, così soprannominata dagli operai, nella miniera di Raibl

Sala degli impiccati, così soprannominata dagli operai, nella miniera di Raibl

Ci fermiamo di fronte ad una galleria, molto più piccola delle altre. Qui si scavava con i muli: erano loro a trascinare i carri con il materiale estratto, prima dell’avvento dell’elettricità nel 1956. Mi viene spiegato che ogni minatore aveva il suo mulo e che ognuno di questi animali trasportava una carovana formata da tre carrelli. Scopro poi l’esistenza di un minatore, di nome Andrea Zornik, che raccontava di come il suo mulo sapesse contare. Lo scoprì in un periodo in cui, lavorando a cottimo per la miniera, decise di attaccare un carrello in più al mulo rispetto ai soliti tre, per portare fuori più materiale in meno tempo. Il mulo, trasportando i carrelli, sentiva il tu-tun che questi facevano sulle rotaie: sentiva il primo e proseguiva, il secondo e proseguiva, il terzo e… si fermava. Non proseguiva oltre.

A bordo del trenino della miniera

A bordo del trenino della miniera

I muli erano inizialmente tenuti in una stalla alle pendici del Monte Re, all’aria aperta, mi dirà Gianni. Poi, quando le gallerie iniziarono ad andare in profondità, ci voleva troppo tempo per andare a prendere il mulo. Venne dunque creata un stalla per muli interna alla miniera: qui gli animali entravano da giovani, diventavano ciechi nel giro di tre mesi e, dopo anni passati al chiuso nell’oscura umidità della montagna, perdevano la vita.

Proseguiamo la nostra visita a bordo del trenino guidato da Matteo, che mi spiega che il mezzo è quello originale usato dai minatori. La fermata è in un grande anfiteatro scavato nella roccia. È in questo spazio che, ogni 4 Dicembre, si celebra la messa in miniera. Per molti anni, dopo la chiusura del complesso, la messa non è più stata celebrata qui, ma negli ultimi tempi questa tradizione è stata ripresa.

Gianni e Manuela

Gianni e Manuela

Il giorno dopo sono in compagnia di Manuela e Gianni, dell’Associazione Minatori Raibl di Cave, che mi accompagnano in una zona non ancora aperta al pubblico e mi mostrano la sede dell’associazione. “Quando facevo la guida al museo della miniera – mi dice Manuela – prima della sua chiusura, un giorno come altri, stavo raccontando la tragedia dell’ospedale crollato. Ma quella fu una visita particolare. Era un gruppo misto, con alcuni tedeschi. Avevo una traduttrice per i tedeschi e, quando introduco la vicenda, la sento dire ad una ragazza vicina a lei ‘Adesso racconta la storia di tuo nonno’… quella visitatrice era la nipote dell’unico sopravvissuto”.

La prima commemorazione della tragedia dell'ospedale di Cave

La prima commemorazione della tragedia dell’ospedale di Cave

Manuela mi racconta così la storia della più grave tragedia avvenuta qui in miniera. Era l’8 gennaio 1910 quando, verso l’ora di pranzo, l’ospedale del paese venne risucchiato nelle viscere della terra, lasciando al proprio posto un’enorme voragine. Sette persone persero la vita, una sola si salvò. Questa persona fece di tutto per mantenere vivo il ricordo dell’evento che lo segnò per tutta la vita: ogni anno, l’8 gennaio, scrisse un articolo di giornale in ricordo della catastrofe.

Armando, nella sua spartana osteria

Armando, nella sua spartana osteria

La prima impressione di Cave del Predil non era stata certo buona. Cosa dire ora, dopo averla conosciuta meglio? Andateci, visitate la miniera, fate un giro al lago e nel paese. Conoscerete gente come Armando (il gestore dell’unica osteria), Gianluca, Matteo, Manuela, Gianni e molti altri che hanno contribuito a rendere i miei due giorni un’esperienza unica. Le mele marce, purtroppo, sono un po’ ovunque e non ci si può fare nulla. Non badate a chi non vi vuole in paese, parlate invece con chi vi sorride. Ascoltate le loro storie, fate domande, incuriositevi. Non ve ne pentirete.

Bled e prime rinunce – Maltempo e carenza di mezzi mi costringono ad un percorso tortuoso

Una perla azzurra immersa nel verde

Una perla blu immersa nel verde

Mi godo i raggi del Sole del tramonto, che ogni tanto fa capolino fra le nuvole che oscurano il cielo di Bled. Ci sono arrivato questa mattina, verso le 10, con l’autobus da Lubiana. Quando si arriva al luogo che gli italiani chiamavano Bleda, ci si ritrova immersi in un mondo di colori. Tra tutti, il blu del lago ed il verde che lo circonda. È un posto in cui la gente si muove a piedi o in bici, questa cittadina ai piedi delle Alpi Giulie. Si preferisce un movimento lento, rispetto a quello rapido delle auto. Non a caso il comune fa parte delle Perle delle Alpi. È una perla in tutti i sensi, un luogo in cui mi fermerei per settimane. Così, per ricaricare le batterie.

Oggi ho percorso il sentiero attorno al lago, godendomi la sinfonia del canto di svariati uccelli del bosco. Magari ne avessi riconosciuto qualcuno. Mentre scrivo, delle campane annunciano le ore 19: è la chiesetta di San Martino, al centro del lago. É tempo che inizi a guardare la cartina, domani si va al Tricorno.

La chiesetta di San Martino, che sorge sulla piccola isola in mezzo al lago

La chiesetta di San Martino, che sorge sulla piccola isola in mezzo al lago

Parto dal Bled la mattina presto, con il primo autobus, in direzione del lago di Bohinj. In questa giornata vorrei riuscire ad attraversare la Valle dei Sette Laghi, nel Parco Nazionale del Tricorno, raggiungendo così Trenta, sul lato opposto. Pare siano all’incirca nove ore di camminata. Dico “pare” perché, a seconda della persona a cui chiedo informazioni, il tempo varia. E varia di molto: sono passato dalle cinque alle dodici ore, fino ad un poco incoraggiante “impossibile”.

Il panorama ripaga degli sforzi compiuti

Il panorama ripaga degli sforzi compiuti

Sceso dall’autobus, imbocco la sterrata che porta al rifugio Koka pri savici. Lascio questa strada un’ora dopo, per prendere il sentiero diretto al rifugio Koka pri traglivski jezeri. Un bel sentiero, immerso nel bosco, che pare non arrivare mai a destinazione. Per di più, dopo pochi metri dall’inizio, diventa particolarmente verticale ed impegnativo dal punto di vista fisico. Come ogni volta, nel mio cervello riecheggia la domanda “ma chi m’è l’ha fatto fare?”. Quando però – arrivato in cima – mi fermo ad ammirare il panorama, cambio idea: la fatica è stata ricompensata.

Uno dei laghi che danno il nome alla valle

Uno dei laghi che danno il nome alla valle

Lungo il sentiero incrocio qualche persona con cui scambiare due chiacchiere. Sono per lo più escursionisti impegnati in un rapido giro di tre ore, nessuno è diretto a Trenta. Altri invece tornano indietro alterati, lamentandosi: non è scritto da nessuna parte che si tratta di un sentiero attrezzato. In effetti, più in alto, ci sono delle corde fisse ed il percorso diventa relativamente esposto.

Quando ormai sono a meno di 10 minuti dal rifugio, devo rivedere i miei piani.

Il sentieto attrezzato

Il sentieto attrezzato

Il cielo, sereno fino a quel momento, si fa improvvisamente scuro e minaccioso. Inizia a piovere, cadono fulmini un po’ ovunque. Sento le mani formicolare mentre una saetta colpisce un albero a non più di dieci metri di distanza dal punto in cui sono. Il rumore è impressionante, riempie tutto e rimbomba contro le pareti della valle. Decido di tornare sui miei passi, di scendere a valle il più velocemente possibile. La discesa non è agevole come la salita: il sentiero è diventato un misto di fango e rocce che si sgretolano, ci metto un’ora in più a percorrerlo, rispetto alla salita.

Rientro a Bled, distrutto, rinunciando alla traversata verso Trenta.

Durante la sera mi metto alla ricerca di un modo alternativo per raggiungere Kobarid (Caporetto) e da lì la Val Trenta utilizzando i mezzi pubblici. Dopo aver consultato una decina di tabelle orarie, devo però rinunciare: potrei arrivare a Kobarid, ma da lì non raggiungerei il paese della sorgente dell’Isonzo, perché le poche corse esistenti sono previste solo nel weekend.

Proseguirò nel mio viaggio, saltando la Val Trenta. Il rimpianto è grosso: la Val Trenta è uno dei luoghi simbolo per l’Italia della Prima Guerra Mondiale, in quanto scenario della caduta di Caporetto. Domani rientrerò in Italia, ma non agevolmente. Potrei scendere a Kobarid, distante una trentina di chilometri dal confine; una strada esiste, ma non è percorsa da mezzi pubblici. Per tornare nel Bel Paese dovrò quindi passare da nord, dirigendomi dapprima a Jesenice, passando poi per l’austriaca Villach e giungendo infine in Italia, a Tarvisio. Quando scopro che questa è l’unica soluzione rimango stupito. Non sono però l’unico ad esserlo: anche il bigliettaio non riesce a credere al fatto che, con tante arterie di collegamento, i mezzi mi costringano ad un percorso tanto complesso, che mi farà perdere il doppio del tempo rispetto al passaggio da sud.

Che dire? Volete visitare le montagne slovene con i mezzi pubblici? Forse è il caso di ripiegare su una macchina, a meno che non vogliate passare ore a fissare una decina di tabelle orarie per riuscire a trovare la giusta combinazione, cambiando infine i vostri piani a causa della scarsezza di mezzi. Sembra strano, ma – e non lo dico solo perché sono stato ospite dell’Assessorato al Turismo – l’unico centro ben collegato è Bled. Qui infatti, già da molti anni, si è scelto di puntare sulla mobilità sostenibile. Altrove, invece, c’è ancora molto da fare.

Il parco del Tricorno

Il parco del Tricorno

Zone di guerra, terre di contrasti – Ripercorrendo i sentieri della Storia, da Trieste a Lubiana

Aveva ragione Umberto Saba: “Trieste ha una scontrosa / grazia. Se piace, / è come un ragazzaccio aspro e vorace, / con gli occhi azzurri e non troppo grandi / per regalare un fiore; / come un amore / con gelosia” (Trieste, Umberto Saba).

In effetti Trieste, con il suo porto, è una città rude. Ma non in senso dispregiativo. È rude perché è semplice, come la sua gente.

Ci sono poche persone in giro, in questa mattinata plumbea; le nuvole sul mare sembrano quasi schiacciarti con il proprio peso e dai monti arrivano colori scuri, poco rassicuranti. Dal lungomare osservo una nave porta-container che si è fermata. Aspetta di poter entrare in porto. Un po’ come me, che staziono in attesa di poter chiedere informazioni sulla Val Rosandra all’ufficio turistico.

Raccolte le informazioni necessarie, decido di voler visitare il centro informazioni della riserva. Pare in disuso da anni. Porte sbarrate e vetri sporchi arricchiscono lo scenario di generale degrado. “Meglio iniziare a camminare”, penso, e inizio a muovermi alla ricerca del sentiero che porta nella vallata. Mancano però le indicazioni. Vengo salvato dall’arrivo di un signore sulla settantina. “Val Rosandra?”, mi dice indicando la cartina che tengo in mano. Annuisco e lui inizia a raccontarmi la storia di quel luogo, dalla via del sale ai tredici mulini, fino alla ferrovia Trieste-Erpelle. Infine mi indica l’imbocco del sentiero.

Osservando, lungo la pista ciclabile, la galleria della ex ferrovia Trieste-Erpelle

Osservando, lungo la pista ciclabile, la galleria della ex ferrovia Trieste-Erpelle

Dopo mezz’ora sull’asfalto, finalmente incontro lo sterrato. Gli scarponi sono ora contenti. Le pareti sono scavate e modellate dall’erosione dell’acqua. Mi mettono voglia di scalare, ma questo è un luogo in cui bisogna avere rispetto per il verticale: la Val Rosandra è il regno di Emilio Comici. So che qui – da qualche parte – c’è un cippo a lui dedicato, ma non so di preciso dove si trovi. Spero sia su una bella parete, in ricordo delle imprese di quest’uomo scomparso sulle dolomiti a soli quarant’anni.

Mi inoltro sempre più nel parco, attraverso il torrente. Incontro i resti dei mulini a cui qualche ora fa aveva accennato il signore, e di cui si vedono ancora i canali di afflusso dell’acqua. Salendo, arrivo nella frazione di Bottazzo. Ormai non manca molto al confine sloveno. É qui che conosco Fabio e Laila, che insieme gestiscono un’osteria. Una di quelle spartane, come piacciono a me. Bottazzo è una borgata di poche anime, quasi completamente disabitata. Anche i signori dell’osteria vorrebbero andarsene. Hanno anche messo un cartello vendesi sulla porta, ma per ora “solo curiosi”, mi dicono.

Laila è la più aperta dei due, anche se non vuole farsi fotografare. Arriva da un passato come controllore doganale al confine sloveno. Ha iniziato a scoprire la val Rosandra da giovane, grazie alla sua passione per l’alpinismo: “quando c’erano le spedizioni di punta non mi facevano partecipare, dicevano che ero una donna pericolosa”. Fabio, invece, è cresciuto in un’osteria. La stessa che adesso vuole vendere, che appartiene alla sua famiglia da oltre cent’anni. “Ormai sono vecchio per fare i lavori e per gestire il locale, vorrei che se la prendesse qualcuno giovane e volenteroso”.

Fabio, gestore dell'osteria di Bottazzo

Fabio, gestore dell’osteria di Bottazzo

Mi piace il posto e mi piacciono loro. Laila, sigaretta sempre in bocca, mi rivela un altro dei motivi della vendita: “qui siamo lasciati a noi stessi, non possiamo avere sovvenzioni per mantenere l’attività e la gente è sempre di meno”. “Ormai viviamo alla giornata” la interrompe Fabio. Lei prosegue, con un gesto di stizza per essere stata interrotta: “Quando proviamo a fare qualcosa per incentivare il mercato, ci sembra di essere presi in giro, perché ci troviamo a dover fare lavori che non spettano a noi: qui non vengono a togliere la neve e non tagliano l’erba lungo la strada che porta al parcheggio”. A quanto pare, è una cosa che va avanti da molti anni: “Io e mio padre andavamo a pulire la strada, per otto chilometri, con la carriola, il falcetto ed il rastrello”, mi dice Fabio.

Stando alle loro parole, sembra che stia aumentando il vandalismo nella valle. Di ciò, in realtà, ho le prove in prima persona: ben pochi cartelli informativi che ho incontrato non erano ricoperti di scritte o addirittura staccati e buttati a terra. Perché? Sarò bigotto io, ma non trovo un senso a un’azione del genere. Proprio qui, per di più, dove nasce l’alpinismo triestino. L’alpinismo di Comici, puro e lineare. L’alpinismo dell’epoca del sesto grado. Proprio qui, bisognerebbe avere più rispetto. Chiedo se qui si arrampica ancora. Mi risponde la donna: “Poco. Ormai i giovani non frequentano più la valle, preferiscono le palestre di roccia dove non si deve camminare. Non hanno voglia di fare uno sforzo in più: loro vogliono scalare, mica camminare”.

L'omaggio ai camerati caduti

L’omaggio ai camerati caduti

Salutato il mare, che rivedrò tra due mesi dal lato opposto dell’Italia, parto verso un luogo che mi ha sempre messo una profonda tristezza: il sacrario militare di Redipuglia. Quando arrivo in paese, il cielo è scuro e scarica pioggia incessantemente. Poi, improvvisamente, uno squarcio tra le nubi illumina le gradinate. Sono tutti li, in formazione, ora e per sempre sull’attenti. A guidarli, il duca d’Aosta. Mi avvicino con calma alle gradinate. Sono solo. Oggi non c’è nessuno, a parte qualche uccellino che ogni tanto si posa su qualche gradone e cinguetta un paio di volte, prima di riprendere il volo. Sui gradoni, per onorare i caduti riconosciuti secondo quello che era il rito d’appello dello squadrismo, campeggia la scritta presente: era questa la risposta che la massa inginocchiata di soldati gridava, quando il capo urlava il nome del camerata morto. Tutto il sacrario è in linea con il modello fascista. Non poteva che essere così, visto l’anno di costruzione. 1938, giusto un anno prima che scoppiasse la Seconda Guerra Mondiale. Sembra quasi una presa in giro.

Nel pomeriggio proseguo il mio viaggio, andando verso il confine. Speravo di poter arrivare nella Berlino italiana, Gorizia, utilizzando il treno. Scopro però che, a Redipuglia, i treni non partono e non arrivano più da molto tempo: la stazione è ormai destinata solamente al transito merci. Allora via, si va in autobus.

Gorizia è una città sfortunata. È un paese che ha vissuto in prima persona sia la Prima che la Seconda Guerra Mondiale, per poi trovarsi blindata durante la guerra fredda.

Ci penso mentre cammino verso il confine sloveno. Qui lo si può attraversare a piedi, arrivando nella città gemella di Gorizia, Nova Gorica. Percorro un viale alberato e penso a come doveva essere vivere lì fino ai primi anni 90, con il nemico ad un tiro di schioppo. Mi domando come doveva essere abitare una città murata come Berlino. Qui la situazione era più tranquilla rispetto alla capitale tedesca, mi dicono, ma un muro ha diviso due mondi per oltre dieci anni. Un muro che passava proprio nella piazza di fronte alla stazione. Dopo la riunificazione l’hanno chiamata Evropskitrg – piazza Europa – per celebrare l’unione e la comunanza tra i popoli. Ma qui, se chiedi indicazioni per piazza Europa, ti guardano con fare interrogativo. “Piazza della transalpina?!”.

Dal socialismo al cristianesimo

Dal socialismo al cristianesimo

Mi fermo sulla linea che divideva l’est dall’ovest e guardo la stazione. “Cerchi la stella?”, mi chiede un ragazzo in un italiano incerto. É il responsabile del piccolo museo dedicato alla storia del muro di Gorizia. Una stanza – nulla di più – con cimeli, divise e foto che ricordano il periodo della separazione. Qui dentro si trova anche un’enorme stella. Mi chiedo, senza trovare risposta, come l’abbiano fatta entrare. Scopro che, negli anni della guerra fredda, sulla stazione di Nova Gorica capeggiava una stella rossa accompagnata dalla scritta “Migradimo socializem”. Noi costruiamo il socialismo. Dopo la caduta dell’unione sovietica, nel 1991, il simbolo del potere socialista divenne simbolo del Natale. In questo periodo, infatti, veniva adornata a mo’ di stella cometa.

Getto un ultimo sguardo alle foto che immortalano il contrasto vissuto da questa terra. Non posso però soffermarmi a lungo: bisogna rimettersi in viaggio, Lubiana mi attende.

Cosa rimane della montagna di una volta

L’uomo indica la propria testa. “La sicurezza maggiore sta qui dentro. Non sta né nei muscoli, né nella tecnologia. È inutile improvvisarsi alpinisti, la montagna va imparata.”

Cosa rimane della montagna di una volta? A rispondermi è Roberto Mantovani, alpinista e storico della montagna. È nato e ha trascorso parte dell’infanzia in Val Pellice, e da una decina d’anni è tornato alla terra d’origine. La sua è una valle che toccherò verso la fine del mio viaggio.

“Rimane ben poco della civiltà tradizionale di un tempo. Sono molti quelli che prendono la strada che porta verso valle, e quelli che rimangono hanno abbracciato una cultura diversa da quella valliva di un tempo. Alcuni di questi ultimi sono fisicamente presenti in montagna, ma hanno adottato uno stile di vita che è quello della pianura”. Ma ad essere quasi scomparsa è soprattutto la visione del montanaro. “Quando noi guardiamo una valle o un bosco, siamo convinti che sia opera della natura. Ma in realtà, quell’ambiente che ci appare tanto naturale, è stato modellato dall’uomo fino alla base dei ghiaioni o dei ghiacciai. È stato un lavoro ben fatto, in simbiosi con la natura, ecco perché ci appare così naturale”. È quando ti vengono fatti notare questi particolari che ti rendi conto di quanto un montanaro veda la montagna con occhi molto diversi dai turisti della montagna: “dove noi vediamo un laghetto in cui fare il bagno e tuffarci, loro vedono una riserva idrica. Identificano nel bosco una zona in cui possono trovare legna da ardere, materiale da costruzione o anche una fonte alimentare. La società dei montanari era una società autosufficiente, che sapeva leggere nel terreno le tracce utili nella vita quotidiana”.

La montagna. Quel territorio che, da oltre centocinquanta anni, il CAI si è impegnato a proteggere e tutelare. “Negli anni di Quintino Sella, lo statuto del CAI promuoveva la conoscenza e la salvaguardia dell’ambiente montano. Sullo sfondo, si sentiva ancora l’idea che la montagna andasse protetta e fatta sviluppare nel giusto modo, anche se i membri erano borghesi cittadini. Con gli anni ottanta del novecento si perde completamente questa visione, e la montagna diviene terreno di una frequentazione mordi e fuggi. Diventa lo sfondo su cui compiere le grandi imprese”. Un approccio alla montagna che sempre più assume lo spirito di chi si prepara a trascorrere una giornata al lunapark. “Da molti la montagna è vista come un ambiente sempre più facile in cui, grazie all’evoluzione dei mezzi ed all’evoluzione dell’attività sportiva, le difficoltà si abbassano. Così si rischia che il fianco di una valle diventi semplicemente un supporto per fare attività sportiva e si perda quell’idea di mistero, di montagna selvaggia”.

Ma la montagna è anche il luogo in cui si sale verso l’alto, verso l’ultimo luogo raggiungibile con le proprie forze: le vette. Le alte quote sono il regno dell’alpinismo. Un alpinismo che “è cambiato, e oggi in molti casi è diventato semplicemente attività sportiva. Fino agli anni settanta c’era un approccio diverso: l’alpinismo era un modo di abbracciare una contro-cultura verso un ambiente diverso da quello cittadino. Evolvendosi è andato verso la trasformazione dell’ambiente montano nel parco giochi della metropoli in cui si va, si fa e si torna a casa”. Un termine che ho sentito usare da molti alpinisti, parco giochi. Un termine che Roberto mi dice nascere con Leslie Stephen nell’ottocento, che inizia ad usare la parola playground per raccontare l’alpinismo come attività culturale e non agonistica. Gli inglesi hanno scoperto l’alta montagna, quella che non veniva mai frequentata dai pastori se non saltuariamente per la caccia, e si sono trovati davanti ad un enorme terreno di gioco che ripercorre tutte le Alpi. È così che iniziano a salire le prime pareti, con un desiderio di scoperta. “L’alpinismo italiano invece fin dagli inizi si è configurato in modo diverso: è stata un’operazione patriottico-risorgimentale utilizzata anche per definire il confine nazionale, promossa e attuata da Quintino Sella, il quale vedeva il piantare una bandiera sulla cima di una montagna come il riappropriarsi di un confine. Fino agli anni sessanta dell’ottocento le montagne erano ancora un terreno indistinto, a parte per chi le abitava. Per gli altri era difficile capire a chi appartenessero“.

Le alte quote sono però anche il luogo in cui bisogna badare a ciò che si fa e a come lo si fa. “Oggi si è diffusa l’idea che tutto sia facile, che solo gli stupidi si facciano male. Ma bisogna distinguere vari casi: un conto è se si arrampica in falesia, un altro se si va oltre i 3000 m. Se vogliamo davvero aumentare il livello di sicurezza in montagna dobbiamo lavorare sulla cultura, dobbiamo re-insegnare il significato della rinuncia. Bisogna soprattutto rompere con il concetto folle di produttività per cui la domenica, unico giorno libero, qualsiasi siano le condizioni, si deve andare.”