Chiudiamo le Dolomiti!

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         La frase che leggo di più in questi giorni è “Chiudiamo i passi dolomitici al traffico!” Quasi completamente d’accordo ma, siete mai stati in Val Ferret? Oppure a Pian del Re? O a Ceresole Reale? O in qualsiasi altro luogo vagamente turistico delle Alpi?

Il problema delle troppe auto in montagna non è un problema solo dolomitico e di certo non lo si risolve chiudendo per un paio d’ore la strada al traffico. Esistono luoghi dove hanno introdotto navette, come sotto le Tre Cime, oppure in Valle Po ma alla fine le gente preferisce comunque salire con la propria macchina, perché così sono “liberi di muoversi”. E infatti queste masse sfruttano questa libertà per andare in montagna, a cercare l’aria sana, senza però accorgersi che alla fine è la stessa che trovano in città: soffocata di inquinanti a causa delle troppe auto.

Esiste un modo per cambiare le cose ed è l’educazione, l’insegnamento. Solo mostrando alla gente quali sono i reali vantaggi di un cambio di mentalità in favore del trasporto pubblico potremo finalmente vedere i passi dolomitici, ma non solo, tornare alla tranquillità che gli spetta.

Bisogna iniziare con i commercianti, mostrandogli che il turismo delle auto non è l’unico in grado di portagli guadagno. Quello dei camminatori, dei ciclisti e degli “alpinisti sostenibili” è un turismo diverso ma di qualità, in grado di portare un grande cambiamento e un ottimo guadagno.

I secondi su cui bisogna puntare sono invece i turisti, bisogna incentivarli all’uso dei mezzi con la consapevolezza. Bisogna mostrar loro come muovendosi con i mezzi pubblici, oltre a tutelare l’ambiente, sono realmente più liberi di godersi la montagna.

54 GIORNI NEL CUORE DELLE ALPI

USCITO IL LIBRO CHE RACCONTA LA MIA TRAVERSATA DELLE ALPI

“Finora, un’idea così era venuta in mente a pochi. Che poi sia un ragazzo poco più che ventenne ad averci pensato, è davvero interessante”.

Roberto Mantovani

“Nel viaggio di Gian Luca attraverso le Alpi la storia delle vette e delle prime scalate si incrocia con i destini dei personaggi delle vallate sottostanti che vivono ancora dei frutti della montagna. Un libro da leggere, avvincente in un alternarsi di emozioni”.

Daniele Nardi

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Con prefazione di Roberto Mantovani

Edito da Fusta Editore

Pagine: 208 (con due inserti fotografici)

Prezzo: 13.5€

Cinquantaquattro giorni sulle Alpi da est a ovest, dalla Slovenia alla Francia. Un lungo viaggio attraverso i luoghi che dalla fine del 1800 sono stati abbandonati dai propri abitanti, diventando quella che oggi è considerata la periferia d’Europa. Prima che l’ultima ondata di modernità travolga la montagna, Gian Luca Gasca ha voluto vedere in prima persona i segni del passaggio della Storia e di una quotidianità spesso difficile, facendosela raccontare dai suoi protagonisti. Il suo racconto tratteggia un mondo tenace, aggrappato a un passato che non tornerà, ma affacciato inesorabilmente a un futuro del quale non si intuiscono ancora i confini.

Lo si può acquistare:

  • In ogni libreria (Se non disponibile lo si può ordinare)
  • Su Amazon LINK
  • Sul sito di Fusta Editore LINK

 

Grazie di cuore a tutti!

Highlands, puntata 3

DSCN0040 MODIFICATA.jpgOrmai è completamente buio. Mi alzo e prendo lo zaino, lo porto vicino ad un masso cui potermi appoggiare. Quel tempo passato li per terra sotto la pioggia è stato utile a calmare i pensieri ed il cuore. Lascio un attimo la sacca, mi guardo intorno e cerco un posto in cui poter piazzare la tenda. Per questa giornata può bastare così. Ho male ad un ginocchio, all’inguine e ad una spalla. Non è il caso di mettersi a camminare senza riposo e al buio in queste condizioni, in oltre non so ancora com’è messo il mio materiale. La prima cosa che faccio e prendere la tenda ed iniziare a montarla.DSCN0038.JPG Subito noto uno strappo nel telo e a questo si aggiungono le bacchette (che costituiscono le struttura portante della tenda) spezzate in più punti. Immediatamente mi prende lo sconforto. Ero in mezzo al nulla, bagnato ed infreddolito, senza un riparo, da solo. Piango, poi passo mezz’ora nell’incertezza del da farsi: continuare a camminare e tirarmi fuori di li subito? Fermarmi? Prima di prendere una decisione provo a ad accendere il telefono, subito non funziona, provo a cambiare la batteria e fortunatamente parte. Prende! Una tacca ma meglio di nulla. Chiamo i ragazzi che mi seguono dall’Italia, gli racconto l’accaduto, mi tirano su di morale con una battuta e pian piano torno a ragionare. È stato importante questo contatto umano, fondamentale.

L’ora successiva la passo chino sulla tenda ad ingegnarmi per cercare di sistemarla. Raccolgo tutti i cordini e le fascette che trovo nello zaino ed in maniera molto originale riesco a fissarla ai rami degli alberi, poi prendo il telo di copertura e cerco di fissarlo per coprire la parte tagliata. Inizialmente pare funzionare, mi infilo dentro e finalmente sono all’asciutto. Mi sistemo, stendo il materassino (ormai provato dalla caduta) e ci metto sopra il sacco a pelo. Sfilo gli scarponi ed inizio a rilassarmi. Afferro due barrette energetiche per consumare un pasto frugale ma l’unico mio pensiero è come uscire da li. Prendo la mappa, modifico il percorso: mi muoverò verso ovest, verso il lago di Lomond. Poche miglia prima della costa si trova un piccolo villaggio in cui spero di riuscire a trovare un modo per tornare verso Glasgow. Presa la decisione crollo dal sonno.

Mi risveglio poche ore dopo (Verso l’una di notte) a causa di un gelido vento che penetra nella tenda. Quando accendo la torcia vedo che tutti i miei sforzi per fissare il telo e tenere la pioggia fuori sono stati inutili. Si è alzato il vento e ha staccato tutto. Esco fuori, mi rimetto all’opera, ma rinuncio poco dopo. L’aria continua a disfare tutto. Rientro nella tenda, mi copro il più possibile ed aspetto l’arrivo dell’alba.

DSCN0049.JPGDurante la notte non riesco a pensare ad altro oltre alla voglia di andarmene. Voglio arrivare in un luogo caldo e asciutto. Non riesco a dormire, penso “ma chi me l’ha fatto fare?” e sorrido. Alla fine verso le 6 (5.40) mi preparo un rapido the caldo che scorrendo dentro di me dona nuove energie e nuova voglia di camminare. Alle 6.30, alla luce del frontalino, sono pronto per ripartire. Quest’oggi non più verso nord ma verso ovest, verso il mio “punto di fuga”.

DSCN0044.JPGL’ambiente delle Highlands è spettacolare, è selvaggio, è deserto, è morto. È un ambiente meraviglioso e difficile. L’ho amato ed odiato. Una delle ultime perle di natura incontaminata in Europa. Il suo clima è buffo, difficilmente interpretabile. Si passa dalla pioggia, alla nebbia, al vento e poi di nuovo alla pioggia, tutto in un’unica giornata. In tre giorni di cammino non ho incontrato nessuno. È così desolato l’entroterra, soprattutto d’inverno. Nonostante questo ho deciso che ci tornerò, non se presto o tardi ma ci tornerò.

Highlands, puntata 2

DSC_0087.JPGLa giacca gronda acqua mentre a fatica salgo lungo il versante. Il buio non è ancora totale, ho almeno una mezz’oretta di chiaroscuro, riuscirò a salire in tempo per vedere qualcosa. Ho posato lo zaino, ma subito ci ripenso e lo rimetto sulle spalle. È stata una scelta stupida, avrei potuto lasciarlo per poi recuperarlo dopo ma ho paura di perderlo. E’  il mio unico compagno di viaggio. La pioggia si intensifica. Ad ogni passo il mio peso fa affondare gli scarponi nel fango. Salgo lentamente, affaticato dal terreno e dal peso dello zaino. Ho sbagliato a portarlo con me, ho peccato di ignoranza.

Ho già percorso un centinaio di metri quando il mio scarpone sinistro affonda nel terreno fino a metà polpaccio. Cerco di forzare sulla gamba per tirarlo fuori ma non ci riesco. Il piede è come preso da una morsa gelida e bagnata. Con le mani vado alla ricerca di un appiglio, trovo solo erba. Riesco a liberare il piede spostando tutto il peso sul fianco destro e, mentre il piede rivede l’aria io mi sbilancio indietro con il peso dello zaino, non riesco a trovare un appiglio e vengo trascinato dal bagaglio verso valle. Cado sulla schiena (sullo zaino) ed inizio a rotolare sul versante tra terra e fango. Ruzzolo per un centinaio di metri fino alla base. Rimango a terra, piegato su un fianco, lo sguardo verso monte, con lo zaino che continua a tirare in vita e sulle spalle. Le gocce di pioggia, gelide, mi cadono in faccia. Le sento “Sono vivo” penso. Appena capisco dove sono urlo  “Aiuto!”. Lo urlo più di una volta e mi slaccio lo zaino. Mi sdraio a pancia in su, la pioggia continua a cadere e scoppio a ridere. Una risata fragorosa, quasi quella di un pazzo. “Ma a chi c***o sto chiedendo aiuto?” dico ad alta voce e continuo a ridere. Per un quarto d’ora non mi muovo, rimango a terra a fissare le gocce di pioggia illuminate dal frontalino cadermi in faccia dal cielo. Paiono cadere tutte dallo stesso punto.

I pensieri scorrono veloci nella mente, dalla mia famiglia, al momento della partenza al come mi ero immaginato le Highlands prima di partire. Poi si fermano sullo sguardo di un amico. Un personaggio. Forse l’unico che saprebbe cosa dirmi in questo momento. Vorrei fosse qui con me ma non c’è, è in Pakistan. Penso ai progetti futuri, uno è con lui. Spero tanto di realizzarlo. Sorrido di nuovo mentre la pioggia continua a cadere copiosa dal cielo.

Highlands, puntata 1

Le nuvole di vapore che escono dalla mia bocca si illuminano alla luce del frontalino. Le conto, una dopo l’altra, nell’attesa che la prima luce dell’alba inizi a dare un senso alla massa nera che mi circonda. È la mattina del secondo giorno di cammino. Sono circa le sei e mancano un paio d’ore alle prime luci del nuovo giorno.

La notte è passata lenta. Ieri il buio è calato intorno alle cinque e quaranta. Ho percorso le ultime miglia alla sola luce del frontalino, fino alle sette circa. Una volta trovato un posto dove accamparmi, mangiato un boccone e recuperata dell’acqua mi sono infilato nel sacco a pelo ed il buio e sceso tutt’intorno a me. Mi sono congedato al giorno passato con la speranza per l’indomani di trovare più acqua. Non che ne abbia trovata poca, di torrenti e fiumiciattoli le Highlands ne sono ricche. Ero insicuro sul berla: lungo molti torrenti ho incontrato tracce di pecore (feci e impronte nel fango) e non mi sono fidato a berla senza prima bollirla. Cosa che però non avevo il tempo di fare durante la giornata. ProbabilmeDSC_0045.JPGnte non mi sarei dovuto preoccupare di questi dettagli, quegli escrementi saranno li dall’autunno quando hanno riportato le pecore in paese ed ormai i parassiti saranno stati distrutti dal freddo. Però in questi casi tornano sempre in mente le vecchie slide dell’esame di zoologia sistematica. Fatto sta che la sera mi sono accampato con un principio di disidratazione ed un gran dolore alla testa. Prima ancora di montare la tenda ho messo su il pentolino con l’acqua ed un volta bollita ho potuto finalmente abbeverarmi, è stato forse il momento più intenso e bello della giornata.

Un ultimo sorso di the caldo dal thermos guardando nascere questa nuova e grigia giornata e subito il mio cammino ricomincia. Sempre direzioni nord. Quest’oggi lascio i grandi spazi aperti che mi hanno accompagnato tutta la scorsa giornata. Oggi mi addentro nella foresta di pini caledoniani. Un ambiente stressante, dove l’orientamento è difficile da mantenere. Spesso si ha la sensazione di girare in tondo, tutto è sempre uguale, alberi su alberi. La bussola ti aiuta a capire se stai procedendo nella giusta direzione e poi c’è l’istinto che ti guida. Lasci dei segni visibili per capire se davvero stai girando in tondo eDSC_0057.JPG perdi il controllo. Più di una volta ho urlato per scaricarmi. Ho pensato di seguire il muschio, “cresce verso nord” mi sono detto, ma qui non è consigliabile. Cresce ovunque: nord, sud, est, ovest. Il muschio ha praticamente invaso ogni spazio lasciato libero dalle piante (morte che poi vanno a formare la torba). Forma dei grossi e spessi cuscinetti intrisi d’acqua da cui facilmente si può recuperare della buona acqua filtrata.

Camminare in queste foreste è come muoversi in un labirinto, se poi ci aggiungi la pioggia e la nebbia che si alternano ogni due tre ore. Sembra quasi che la natura ti prenda in giro. Il cervello ed i sensi sono concentrati come mai nel cercare di leggere ogni traccia, per ben due volte avrei giurato di udire voci umane ma credo fosse uno scherzo dovuto alla stanchezza.

DSC_0091.JPGNel tardo pomeriggio (17.00 circa) la foresta si apre leggermente, incontro un piccolo laghetto dove mi fermo a recuperare acqua e poche miglia più a nord un piccolo monticello di due trecento metri. Sono stato in dubbio sulla strada da seguire tutta la giornata: “E se sto andando verso un punto cieco? E se poi devo tornare indietro per miglia e miglia?” Ad ogni passo questi erano i pensieri che mi frullavano nella mente ed allora mi sono detto ”Perché non salire in cima a questa montagnola per vedere cosa mi aspetta più avanti e magari capire meglio la direzione da prendere?”

Nessuna diretta

DSC_0136COPIA.JPGNell’era dei social network possiamo sapere in ogni momento in quale luogo si trovi una persona. Possiamo seguire viaggi o avventure passo dopo passo solo guardando lo schermo di un computer o di un cellulare. Oggigiorno chiunque stia vivendo una grande esperienza che sia la scalata di una montagna o una traversata dell’artico comunica la sua posizione e i suoi pensieri in tempo reale con il mondo. L’ho fatto anche io durante la traversata delle Alpi e sicuramente lo rifarò prossimamente ma, ho scelto di non comunicare in diretta la mia traversata delle Highlands. Ho scelto di non farlo per ricercare davvero il senso della parola “solitaria”. Questo termine può essere interpretato in tanti modi diversi, credo però che il vero significato stia nell’essere soli fisicamente e mentalmente. Sulle Alpi lo sono stato fisicamente, ma non mentalmente perché potevo facilmente telefonare, o più semplicemente rimanere in contatto con le persone.

Trovo che la vera sfida di una solitaria stia nella mente: bisogna imparare a reggere la solitudine. Siamo animali sociali e ricerchiamo con ogni fibra del nostro corpo la compagnia di un altro essere vivente umano o meno che sia. È la solitudine la vera sfida, non la traversata.

Il mio concetto di “nessuna diretta” non è unicamente il ritorno all’antichità a quando non si comunicava, ma anche e soprattutto la ricerca di un mio limite per capire fin dove posso spingere la mia mente e magari superare questo blocco. Potrei aggiungere inoltre che è una liberazione dall’invadenza della tecnologia che ti costringe a comunicare quando sei concentrato su altro o quando sei stanco e non te ne frega nulla di parlare con gli altri ma, sarei un ipocrita. Io avrò comunque con me un cellulare che utilizzerò in caso di emergenza. La tecnologia non è mai un ingombro. La tecnologia è un utile strumento di sicurezza in caso di pericolo su cui non bisogna però affidarsi al 100 per 100 perché non potrà mai sostituire, ma solo integrare, le capacità umane.

Quando racconterò questo viaggio nelle Highlands? Al mio rientro, con foto, video, immagini e pensieri raccolti durante la traversata.

230 anni di sfide verticali

Per tradizione il fondatore dell’alpinismo fu Horace-Bénédict de Saussure

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Marquardt Wocher, Paccard sulla via al Monte Bianco (1790)

che spinse alla realizzazione della prima salita al Monte Bianco. Salita regolarmente realizzata l’8 agosto 1786. Nel dettaglio fu proprio in quel giorno che la tradizione ha posto il natale dell’alpinismo. Un alpinismo molto diverso da quello attuale. Erano scalate di scoperta, conoscenza, esplorazione. Si salivano le montagne per calcolare pressione, altezza, temperatura e per scoprire se il nostro organismo era in grado di sopravvivere alla quota. A promuovere questo tipo di attività erano benestanti che raramente vivevano in montagna e che per le salite si affidavano a uomini locali, le guide. Alla sua nascita l’alpinismo non aveva molto della componente romantica che oggi ammalia ogni avventura in quota. La parte passionale della scalata di una montagna arrivò quando si lasciarono termometri, barometri e altre strumentazioni scientifiche a valle e si iniziò a scalare per il gusto di scalare. Siamo nel 1865 e le maggiori montagne delle Alpi – Monviso, Monte Bianco, Ortles, Pelmo, Monte Rosa, Bernina, Jungfrau – sono state ormai salite.

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Gustave Doré, prima ascensione al Cervino

Rimane una cima ancora inviolata ed è proprio su questa che si accaniscono i sentimenti romantici dell’alpinismo fino alla sua conquista, il 14 luglio 1865. Era il Cervino.

Dalla conquista del Cervino in poi il mondo della scalata, dell’alpinismo, assume tutto un altro valore e scopo rispetto a quello che aveva avuto fino a quel momento. Conquistate le cime principali si va alla ricerca della difficoltà. Inizia una fase di esplorazione delle pareti alpine alla ricerca della “propria” via. L’importante non è più la cima, ma la ricerca di un tracciato inviolato ed attraente. Basti pensare a Mummery o  Pendlebury e Taylor sulle Alpi occidentali; oppure Paul Preuss sulle Dolomiti di Brenta, solitario scalatore che non ammetteva l’uso di chiodi.

Passano gli anni e passa una guerra che porterà di li a poco ad affermare in Italia ed in Europa pensieri nazionalisti che trasformeranno l’alpinismo e la frequentazione della montagna da parte di tutti: alpinisti, escursionisti e turisti. In questi anni si porta l’alpinismo alle sue massime difficoltà – riferito al periodo storico di cui si parla –, Solleder raggiunge per la prima volta il VI grado, poi toccato quattro anni dopo anche da Emilio Comici. L’alpinismo si era trasformato in una manifestazione di forza e di virilità nazionalistica.

Passa un’altra guerra e prosegue la ricerca delle difficoltà. Dopo la seconda guerra mondiale i protagonisti sono l’isolamento, la difficoltà, la solitudine, le condizioni estreme e la quota. Alcune di queste caratteristiche permangono per molti anni, altre invece vengono meno con l’alpinismo per professione.

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Walter Bonatti festeggiato a Cervinia dopo la solitaria alla nord del Cervino

Walter Bonatti fu il precursore dell’alpinismo mediatico, raccontando al grande pubblico – attraverso giornali e riviste – le sue imprese e le sue esperienze. Dopo Bonatti saranno molti gli alpinisti a rendere mediatiche le loro salite, attraverso la realizzazione di video e film dedicati alle loro imprese. Il grande successo mediatico, che in pochi anni avvolge questa disciplina, porta in montagna nuovi appassionati vogliosi di cimentarsi sui diversi gradi di difficoltà. Con l’aumentare dei frequentatori, negli anni ’80, proliferano anche le attività parallele all’alpinismo, come l’arrampicata sportiva. Disciplina nata nei primi anni del ‘900 che nel corso del tempo si è evoluta talmente tanto da diventare una disciplina a se stante – come sarà di li a poco per altre pratiche –.

Nell’epoca presente invece l’alpinismo ha assunto una connotazione sempre più sportiva, dove a contare è il cronometro. In molti casi pare essersi persa la componente romantica dell’alpinismo, sostituita dalle prestazioni fisiche o tecniche. Queste “scalate” di velocità o discese estreme rese possibili unicamente grazie alla tecnologia sembrano appassionare le masse, che sempre più si muovono nel territorio montano trasformandolo in nulla di più che un mezzo sui cui praticare sport. La montagna che non viene più vista come un ambiente naturale da preservare ma, al pari di un tapis roulant su cui sudare.

È con questo passato e questo presente che nasce Monte Bianco – Sfida Verticale. Un gioco, un adventure game, che non si discosta molto da ciò che succede tutti i giorni in montagna. Un gioco che di sicuro

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Caterina Balivo, conduttrice di Monte Bianco-Sfida Verticale

non scalfirà l’animo di chi con profonda passione frequenta la montagna. Un gioco che non mostra altro che l’evoluzione dell’alpinismo. Un gioco che fa tornare attuali come mai le parole di Gian Piero Motti, alpinista scrittore e contestatore dell’alpinismo ripetitivo, che nel 1976 scriveva: “Con l’incremento dei mezzi tecnici si è creduto di progredire, ma in realtà non si è fatto che regredire sul piano umano. A poco a poco si è creata l’illusione di poter salire ovunque, si è creduto ingenuamente di poter aprire il territorio alpinistico a chiunque, usufruendo dei mezzi aggiornatissimi che la tecnica ci ha messo a disposizione. La stessa illusione amarissima la sta vivendo la società occidentale, la quale, credendo assai presuntuosamente di assoggettare la natura ai propri voleri, sta assistendo impotente alla distruzione del pianeta.”

 

 

La mia montagna.

Nella mia concezione di montagna sono riamaste le idee dei pionieri, di Boccalatte, di Perotti e poi, con

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il tempo si sono insinuate, si sono fatte largo, le idee dei grandi dell’alpinismo: Gogna, Bonatti, Messner.

Ho sempre ritenuto l’alpinismo una pratica al di la dello sport. Si, si fatica anche facendo alpinismo ma, non riesco a ritenerlo una mera attività sportiva. L’alpinismo è cultura, è riscoperta. Alpinismo significa spesso ripercorrere le vie, e quindi parte della vita, di grandi scalatori del passato. Alpinismo significa salire la dove sono passati momenti di storia, come sulle Tre Cime, al contempo luogo simbolo della grande guerra e traccia di uno dei più forti alpinisti tedeschi, Sepp Innerkofler.

Ho sempre cercato la via più facile per salire una montagna, non mi interessano le sfide con altri alpinisti, non mi interessa il tempo sul cronometro, salgo per me stesso, non per gli altri. Non mi interessa la ricerca volontaria del rischio. Sono cosciente però che solo esponendomi ad una dose di rischio posso migliorare, posso imparare e crescere su quelle pareti. Il pericolo, se ne esci illeso, ti da quella che forse è la capacità più importante in montagna: la capacità di sopravvivere. Quando hai paura, quando sei a rischio allora sei al cento per cento delle tue capacità, sei vivo e puoi valutare come tirartene fuori, come sopravvivere. Ovviamente non si va in montagna alla ricerca volontaria del pericolo, sarebbe stupido – o forse non tanto? –. Il rischio fa parte dell’andare in montagna: si cerca di ridurlo al minimo, ma non lo si può cancellare, rimane ed è una presenza costante a cui ci si deve abituare. Non esiste l’avventura priva di rischi che oggi viene tanto venduta, non esiste e non deve esistere. Perché se si inizia a diffondere l’idea che tutto sia facile e che non servano competenze, beh ci troveremo con persone non preparate sopra i 3000m e avremo vie sempre più affollate, aumentando di molto il pericolo di una salita, invece di ridurlo. Non vogliamo che questo accada? O forse è già successo?

“Quando vado in montagna ci vado da solo” è questa la frase che in molti mi contestano, ma non ci posso fare nulla. Amo la natura e la montagna e amo viverla in solitudine. La solitudine quando si è immersi in quello spazio, arido e “selvaggio”, mi aiuta a ricordare la giusta dimensione, mi aiuta a ritrovarmi, a capire che non sono al centro dell’universo. Mi insegna la legge della natura: sono solo di passaggio qui e se non ci fossi non cambierebbe nulla. Sta a noi, a me, dare un senso alle nostre vite, renderle uniche e speciali ed io lo faccio andando in montagna. Solo. Facendo esperienze, incontri e, ogni tanto, osando oltre i miei limiti, per spostarli sempre più in alto. Vivere secondo regole ritenute al di fuori di ogni ragione, vivere inseguendo sogni strani, che non appartengono alle normali regole della società, vivere sognando cose inutili che però ti rendono vivo, che ti regalano l’emozione della vita. Sono vivo quando il terreno diventa orizzontale, quando la valle si stende completamente ai miei piedi, quando sono andato oltre ma ci sono riuscito ed una lacrima scende lungo il volto. Allora si, sono vivo.